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Storia
Quest’angolo d’Italia, chiamato anticamente Sannio, è stato per secoli considerato la faccia lunare nascosta del “Bel Paese”, ancora da scoprire e valorizzare in tutte le possibili forme economiche, turistiche e culturali. La discendenza dalle antiche tribù osco-sabelliche e la fiera resistenza dei Sanniti all’occupazione romana, la rapida diffusione del cristianesimo con l’influenza della cultura e della predicazione benedettina, le travagliate vicende dell’alto Medioevo e le invasioni barbariche, così come gli influssi della corte di Napoli e gli eventi storici più recenti, hanno lasciato segni indelebili in questa terra. Segni che dettano anche al più distratto degli osservatori una ragione, uno spunto, una curiosità affinché egli si soffermi a guardare questa terra antica ed affaticata, che ha quella piccola magia di sottrarti al ritmo di un “affrettato viaggiare”. Il suo territorio è un alternarsi continuo di colline e montagne punteggiate di piccole città e paesi, borghi e cascinali, in bilico sulle rupi o seminascosti nelle valli, tutti però custodi gelosi di una vita a misura d’uomo. Fin dalle prime pagine della storia l’uomo ha scritto sul territorio le vicende della sua vita; ed è sempre il territorio, nelle sue diverse caratteristiche fisiche che ha costituito dunque la base comune del passato e del presente. Con la venuta dei Sanniti e poi con la colonizzazione dei Romani le prime strutture insediative in blocchi di pietra sagomata non furono di tipo “urbano” bensì formate da centri e nuclei fortificati e produttivi, con funzioni amministrative, religiose e di scambio, posti per lo più sui contrafforti montuosi o a controllare le vie di comunicazione, i tratturi e i passaggi obbligati. Con l’incastellamento il paesaggio si venne popolando di sagome scure e compatte di origine longobarda, di geometriche merlature normanne, di quadrate torri sveve (Termoli), di torri rotonde e leggiadri beccatelli angioini (Riccia). Il castello e la chiesa, spesso uniti dalla piazza del mercato, divennero un polo di attrazione topografico, mentre le case si disposero a cortina o a cascata intorno al nucleo originario e lungo le strade, intervallate da vicoli tortuosi adattati alle curve di livello del suolo. Fra il Seicento e il Settecento, i nuovi proprietari dei castelli si trasferirono in città o in palazzi più comodi fuori le mura. Nell’Ottocento nacquero nuovi borghi, chiese, casali, piazze e strade che incominciarono ad incorporare nella città gli orti della campagna circostante. L’attuale patrimonio architettonico-edilizio costituisce il risultato visivo di innumerevoli stratificazioni di stili e di materiali di cui non sempre è possibile rintracciarne l’epoca o i contorni precisi a causa delle continue modifiche da esso subite. Tolti alcuni episodi di un certo interesse monumentale, come alcuni esempi di architettura religiosa, di dignitosi palazzi o casoni-fortilizi con facciate neoclassiche o neogotiche costruiti dalla prima generazione della borghesia locale, l’aspetto pittoresco dei paesi della provincia è costituito per lo più da casette in ciottoli non sempre intonacati, addossate fra di loro e coperte dalle cosiddette “pincere” rosse in terracotta. Una certa alternanza di colori e di forme si riscontrano nelle aree dove il materiale locale prevalente non è la pietra ma l’argilla; qui le case sono quasi interamente costruite con mattoni (come nella zona di Bojano o di Ururi, San Martino in Pensilis, Portocannone), con portali e finestre rifiniti con archi o architravi, con mascheroni in terracotta modellati da artisti improvvisati delle vicine fornaci di laterizi. Altro elemento caratteristico e costante è la pavimentazione di vicoli e piazze, fatta con ciottoli regolari, da basole di varia grandezza e da mattoni messi di taglio. Questo nastro mosaicato è interrotto da gradini di pietra che si adattano alle irregolarità delle rocce su cui è ancorato il paese. La loro straordinaria funzionalità, quando su di esse non si sono arrampicate le autovetture, è riscontrabile nei giorni di festa, di mercato o durante le processioni. Nelle piazzette e nei posti più impensati si nascondono o si esibiscono fontane monumentali in ghisa o in pietra, che contribuiscono al tipico arredo urbano insieme a croci, monumenti, lampioni verticali e a braccio che portano il segno di una ricerca stilistica, tra il rinascimentale e il neogotico, dovuta a maestranze locali o itineranti e alle prime colate della produzione in serie di oggetti industriali. Abbastanza diverse sono le poche città di una certa dimensione le quali una volta uscite fuori dalle mura hanno perso il carattere di borgo rurale chiuso e compatto. La nuova città si spinge a salti verso la campagna acquistando una configurazione forse indecisa fra l’urbano e il rurale. Di indubbia suggestione è l’obiettivo di “conservare a Campobasso l’impianto urbano di impronta stellare con il nucleo dell’insediamento a carattere storico, dominato dal Castello Monforte e dalle chiese del Monte, che devono continuare ad essere i punti di riferimento costanti, anche dei nuovi insediamenti che si prolungano sul crinale delle colline, secondo l’andamento prevalente della viabilità antica. Ne risulta un disegno arioso, fatto di zone residenziali, intervallate da tratti di campagna.” Insomma, un luogo in cui il tempo sembra essere rimasto impigliato, che non fa nulla per illudere a prima vista e dove le tradizioni hanno resistito al tempo e sfidato le mode. Vale conoscere questi luoghi, incontrare la gente che li popola, immergersi in una cultura in cui l’ospite assume significati di sacralità e viverli in totale libertà, scegliendo percorsi ed itinerari che meglio possono corrispondere ad uno stato d’animo, ad una esigenza dello spirito e della mente. Una terra da conoscere, da raccontare e non da attraversare frettolosamente!