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Ed ora al mondo molisano degli affetti e degli studi sono tornato …
come al crepuscolo accade quando un amore c’è stato e dura (amc).
Con queste parole, qualche anno fa, Alberto Mario Cirese chiudeva un’intervista realizzata in occasione della pubblicazione di alcune registrazioni da lui raccolte in Molise nel lontano 1954. Ieri, 1 settembre, è scomparso a Roma. Era nato ad Avezzano il 19 giugno 1921 da Eugenio e Aida Ruscitti. Il padre di Fossalto, maestro elementare, poi direttore didattico, quindi ispettore scolastico fu autore di versi in dialetto molisano, raccoglitore di canti popolari, direttore de “La Lapa. Rivista di storia e letteratura popolare” che si pubblicò a Rieti tra il 1953 e il 1955 e alla quale collaborò anche Alberto.
Intensa è stata la sua attività accademica e professionale, come ricorrenti sono stati gli spostamenti e le residenze in Italia e all’estero. Egli stesso ha finito per riconoscersi non meno di cinque patrie, luoghi di affetti e di lavoro che hanno concorso a formare la propria identità: quella di nascita della Marsica abruzzese, quella del Molise paterno, quella della Sabina laziale, quella sarda e infine quella messicana dei soggiorni di studio e di insegnamento a Colima, Toluca e Città del Messico.
Cirese ha studiato a Campobasso, Rieti e Roma, laureandosi con Paolo Toschi in Storia delle tradizioni popolari. Ottenne prima la libera docenza (1956), poi l’insegnamento come incaricato all’Università di Cagliari (1957-1961) e infine il ruolo di titolare di cattedra, sempre a Cagliari (1961-1971). Ha insegnato Antropologia culturale presso l’Università di Siena (1971-1973) e poi presso “La Sapienza” di Roma (1973-1992); qui è stato anche il primo coordinatore del corso di Dottorato di ricerca in Scienze etnoantropologiche (1988-1993), del cui collegio dei docenti ha continuato a far parte fino al momento del suo collocamento a riposo nel 1996 con la contestuale nomina di Professore Emerito della Facoltà di Lettere e Filosofia.
I temi di studio e di ricerca a cui Cirese ha dedicato la sua attenzione sono molti: “intensa è stata la sua attività di raccolta sul campo di testi e di musiche di tradizione orale e la collaborazione con Centri ed Istituti nazionali ed internazionali di demologia e di musica popolare. Tra i temi di studio, un posto di rilievo spetta alla storia degli studi. Al lavoro di ricostruzione storica si sono accompagnate le riflessioni teoriche sulla circolazione sociale dei fatti culturali, sui dislivelli di cultura, sulle relazioni tra cultura egemone e culture subalterne condotte soprattutto in rapporto allo studio dei testi di tradizione orale, scritta o mista diffusi in ambito popolare. Un’altra delle aree del lavoro di Cirese è stata quella dell'antropologia dei patrimoni culturali: il censimento, la catalogazione, la classificazione, la conservazione e la valorizzazione dei beni culturali demo-etno-antropologici (denominazione da lui stesso coniata). Cirese se ne è occupato sia in termini teorici, scrivendo per esempio di museografia contadina e di arte popolare, e discutendo sulla nozione di beni volatili o inoggettuali (da altri autori detti «beni immateriali»)”.
Sconfinata la sua bibliografia, che può essere consultata sul sito che lui stesso ha dedicato alla sua ultra cinquantennale attività di studioso e di ricercatore (www.amcirese.it).
A partire dal dopoguerra può essere datata la sua attiva partecipazione alla vita politica nazionale, abbracciata nel 1944 con l’adesione alla “Democrazia del Lavoro” per approdare l’anno successivo al Partito Socialista. Assessore a Rieti e consigliere comunale per oltre un decennio, scrive, tra l’altro, sull’“Avanti!” e su “Mondo Operaio”. Dal 1956 al 1959 fa parte della commissione cultura nazionale del PSI.
Fra le sue patrie, il Molise ha sempre ricevuto un’attenzione particolare, legato, indissolubilmente, alla figura e all’insegnamento paterno che, frequentemente, Cirese ha ricordato:
la molteplicità delle patrie, che mai però dimentica la prima e vera. C’era questo, tra l’altro, nella quotidiana nostra vita di casa: un insegnamento che appresi, e mi fu naturale cercare di applicarlo allora e poi. Senza mai dimenticare la prima patria, ho detto: e così fu per mio padre … Sentii di dovergli dedicare il primo numero della nuova annata della sua rivista: “Molise” s’intitolò … In quello stesso anno, 1957, cominciai a insegnare nell’Università di Cagliari. Questo segnò anche il mio distacco dagli studi molisani. Sentii, come lui m’aveva insegnato, che dovevo farmi cittadino di questa nuova patria, e mi dedicai perciò alle cose sarde con lo stesso amore con cui m’ero prima dedicato a quelle molisane …
Il prof. Cirese ha insegnato che le identità non si ereditano, ma si scelgono. La scelta di essere sepolto a Castropignano, il paese dei giochi e dei ricordi d’infanzia, testimonia il profondo legame di sentimenti che, ad anni di distanza, aveva sempre mantenuto con il Molise, una delle sue cinque patrie d’adozione, ma soprattutto la terra fatata degli affetti e della “fatia” trasmessagli dal padre Eugenio. Un ultimo, prezioso gesto di amore verso la sua Patria.
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