Artisti moderni
Paolo Gamba
Paolo Saverio Di Zinno
Ciriaco Brunetti
Nicola Giuliani
   
Arnaldo De Lisio
Elena Ciamarra
Marcello Scarano
Amedeo Trivisonno
   

Paolo Gamba
Ripabottoni, 1712-1782

Nasce da famiglia povera. Il padre, Giambattista, è decoratore e pittore di modesto livello. Paolo intraprende la strada della pittura per continuità con il mestiere del padre da cui apprende la tecnica dell’affresco e con cui fa le prime esperienze nello studio del disegno anatomico e della prospettiva. È Tria, vescovo di Larino, che conosce Paolo Gamba nel 1731 a Ripabottoni, a indirizzare il giovane alla scuola del Solimena a Napoli, dove rimane tra il 1731-1736/37, approfondendo gli studi del nudo e della prospettiva, le conoscenze sulle tecniche pittoriche e sulla composizione. Lo stesso Tria, che fa venire Solimena da Napoli per l’esecuzione di opere a Ripabottoni, a Larino e a Castelpetroso, affida a Gamba la restituzione grafica dell’anfiteatro di Larino. Pur avendo incarichi numerosi, non si ferma mai in un luogo; del resto il suo lavoro, all’epoca, oltre che mal retribuito è anche mal compreso. Di convento in convento, spesso in cambio del solo vitto e dell’alloggio, ha modo di approfondire i testi biblici e di rielaborarli nei suoi dipinti.
I soggetti trattati da Gamba sia sulla tela che negli affreschi sono a carattere sacro. Un numero rilevante di opere è a Ripabottoni; qui nella chiesa di S. Maria Assunta, sono tele (Madonna del Purgatorio, Madonna del Rosario, S. Rocco, La Presentazione della Vergine al Tempio) e numerosi affreschi (Le Virtù, la serie dei Profeti nei medaglioni); nella chiesa di S. Maria della Concezione sonoaltre tele (L’Immacolata, L’Assunta, l’Annunciazione) e altri medaglioni con soggetti evangelici. In altri paesi della diocesi di Larino, nell’ambito della quale gode della simpatia del Vescovo Tria, lavora assiduamente a Montorio nei Frentani con una serie di tele, eseguite tra il 1738 e il 1745, e otto medaglioni, a soggetto biblico, sempre su tela; a S. Elia a Pianisi lavora nel 1740 agli affreschi del convento dei cappuccini e nel 1746 alle lunette su tela del refettorio, (L’ultima cena e L’Annunciazione); subito dopo, nel 1847, a Larino si dedica ad una delle sue opere più ambiziose: gli affreschi della cupola della chiesa di S. Francesco con L’Immacolata Concezione, tema frequente nelle sue pitture (seguirà nel 1774, quella eseguita per la parrocchiale di Campodipietra). Altra intensa attività artistica è svolta a Colletorto sia nelle tele della chiesa di S. Alfonso dei Liguori, che in quella del municipio, a soggetto profano (Le quattro stagioni). È presente a Morrone del Sannio anche con affreschi (Visione di S. Francesco nel convento di S. Nazario), a Fossalto (tele ed affreschi nella chiesa di S. Maria Assunta), ad Agnone (affreschi con le scene della Virtù, gli Evangelisti e episodi biblici nella chiesa di S. Francesco), a Campodipietra e a Matrice con altre tele; lavora inoltre anche nella vicina Puglia e negli Abruzzi.

Bibliografia: C. Carano, Paolo Gamba pittore molisano del XVIII secolo, Campobasso, 1984, con bibliografia precedente.

 


Paolo Saverio Di Zinno
Campobasso 1718-1781

Dell’infanzia e dell’adolescenza non si hanno notizie. Nel 1737 si reca a Napoli presso la bottega del poco noto maestro Gennaro Franzese per imparare il mestiere di scultore, aiutato economicamente dai fratelli, con l’impegno di rimanervi per cinque anni. Ritornato a Campobasso, trova mutato lo scenario della città ed egli si ritrova eletto al governo locale. Comincia la sua attività di scultore, anche se all’inizio le commissioni scarseggiano. Eletto al Governo della Confraternita di Santa Maria della Croce, nel 1759 finisce in carcere accusato di “procedure irregolari”; scagionato, viene liberato, continuando a gestire, ma ancora per poco, la vita della Confraternita. Si afferma come scultore del legno; il suo prestigio cresce, le commissioni diventano innumerevoli e, unitamente a lasciti della sua famiglia e di quella, agiata, della moglie, ha guadagni che gli permettono un buon tenore di vita. L’apice della carriera e del prestigio viene toccato quando gli viene affidata la reinvenzione de I Misteri del Corpus Domini.
Muore a Campobasso nel 1781, lasciando una cospicua eredità sia patrimoniale che artistica.
Il periodo fondamentale per l’evoluzione artistica di Di Zinno è quello napoletano, nel cui ambiente apprese tecniche e tecnologie nonché approfondite conoscenze delle qualità tecniche ed espressive degli artisti suoi coetanei (fu egli stesso committente, nel periodo di governatorato della Congregazione di Santa Maria della Croce a Campobasso). Le sculture lignee di Di Zinno sono numerosissime, presenti in buona parte delle chiese del Molise, in Campania, in Puglia, in Abruzzo; di soggetto esclusivamente sacro, circa 30 di quelle catalogate sono firmate e datate (dal 1745 al 1781), altre 68 sono di attribuzione accolta. La specializzazione in scultura lignea (scultura processionale) è alla base della sua opera più rilevante, le “macchine viventi” dei Misteri del Corpus Domini: su robusti tavoloni si sviluppa una infrastruttura di ferro ed acciaio dal cui tronco si dipartono rami incrociati, di forma e lunghezza rapportate alla loro funzione, che è quella di sorreggere dei figuranti vivi. Ogni piattaforma è portata in spalla a marcia cadenzata, sorvegliata da un “capo-mistero”, da una serie di portatori. Le macchine, commissionate da tre confraternite della città (di S. Antonio Abate, di Santa Maria della Croce e della Trinità), erano mantenute dalle stesse confraternite con una rendita annuale per le spese di conservazione, vestizione e trasporto per il giorno della festa (il Corpus Domini). Delle 24 macchine ideate da Di Zinno, solo 18 uscirono in pubblico in quanto sei non ressero alle prove finali; altre 4 rimasero gravemente danneggiate nel terremoto del 1805. L’ideazione dei Misteri, verso il primo decennio della seconda metà del XVIII secolo, si colloca in piena tendenza barocca, ed ha come punto di riferimento Napoli. “Ovunque nel meridione il modello napoletano della festa barocca era stato adottato a specifiche tradizioni locali, sia mediante ristrutturazioni radicali, sia ideando una nuova veste barocca che venne sovrapposta alle antiche forme medioevali” (i “Gigli” di Nola, il Cristo Morto a Procida, ecc.).

Bibliografia: N. Felice-R. Lattuada, Paolo Saverio Di Zinno. Arte ed effimero barocco nel Molise del Settecento, Campobasso 1996, con bibliografie precedenti; D. Catalano, “Da Giacomo Colombo a Paolo Saverio Di Zinno: recuperi e restauri di sculture del XVIII secolo”, in Conoscenze 7, 1994, pp. 73-80; S. De Gregorio, “I disegni di Paolo Saverio Di Zinno nella biblioteca “P. Albino” di Campobasso”, in Conoscenze 8, 1995, pp. 79-157.

 

Ciriaco Brunetti
Oratino 1723-1802

Nasce da una famiglia che da più generazioni annoverava pittori e doratori: Matteo Brunetti morto nel 1541; Benedetto Brunetti morto nel 1698, autore di una serie di tele per le chiese molisane; Pietro Brunetti morto nel 1568, autore di affreschi. Il padre Agostino, doratore, lo forma al mestiere preoccupandosi di allargare le sue competenze figurative e tecniche presso lo studio napoletano di Solimena, il migliore atelier dell’epoca (Francesco Solimena e Francesco De Mura hanno un’accademia privata di pittura). Riceve protezione dal duca Gennaro Vitaliano Moccia, che favorisce il collegamento con Napoli da parte di artisti oratinesi (chiamati da lui ad abbellire la sua residenza ad Oratino). Nel 1752 sposa Rachele Brunetti, figlia di Pietro; nel 1754 riceve la carica di “maestro di cerimonia e sacrestano” nella confraternita del SS. Sacramento. Intanto lavora sia come doratore che come pittore di affreschi, da solo o insieme al fratello Stanislao e ad altri artisti oratinesi. Nel 1788 viene nominato priore della confraternita. La sua attività si svolge prevalentemente nel Molise.
Le opere di Ciriaco Brunetti sono note non soltanto direttamente, ma anche da una grande quantità di disegni e di studi preparatori appartenenti alla “collezione Giuliani” di Oratino. Parte di questi disegni trovano corrispondenza in opere realizzate giunte fino a noi, parte invece (la maggioranza) non trova tale corrispondenza: la sua produzione pittorica appare incredibilmente inferiore rispetto al corpus grafico sinora reperito. “Questo dato pone il problema del rapporto tra la parte progettuale, quella cioè assimilabile ai disegni, e la parte operativa, quella delle sue realizzazioni su tela e affresco. Probabilmente il pittore riuscì a progettare molto più di quanto gli fu possibile realizzare effettivamente” (Lattuada). Nel corpus dei disegni si seguono con chiarezza le linee della sua formazione e le scelte artistiche dell’età matura: stretta connessione con la tendenza artistica napoletana di Solimena, soprattutto per il repertorio di figure, nella produzione giovanile e della prima maturità; con quella di De Mura (e di maestri napoletani minori) nella produzione matura e tarda, con tendenze al rococò. Delle opere di Brunetti, quelle di piccolo formato rivelano maggiori capacità sia negli schemi compositivi che nell’uso del colore rispetto alle opere di grande formato: nei piccoli dipinti su carta o su tela, o nei dipinti ad olio su tavola (ad esempio le 13 tavolette nella chiesa di S. Maria nella Croce di Vinchiaturo, con Cristo e i dodici apostoli) Brunetti interpreta il lessico di Solimena in maniera meno macchinosa rispetto, ad esempio, alla tela con Madonna e Santi della Chiesa di Santa Maria di Loreto a Toro. Tra gli affreschi si ricordano quelli della parrocchiale di Oratino, in cui vengono riprese ampie parti dell’Assunzione di Solimena nella Chiesa dell’Annunziata a Marcianise. L’attività più importante fu però quella di decoratore di ambienti, come testimonia la grande quantità di studi della “Raccolta Giuliani” e le (scarse) testimonianze dirette sopravvissute (pochi frammenti nel palazzo ducale di Oratino): studi per fregi, per decorazioni di soffitti e di pareti, per scenografie, per elementi architettonici, taccuini di progetti per decorazioni.

Bibliografia: G. G. Borrelli-D. Catalano-R. Lattuada (a cura di) Oratino, Pittori, scultori e botteghe artigiane tra il XVII e XIX secolo, Napoli 1993.

 


Nicola Giuliani
Oratino 1815 - Napoli1938

Figlio d’arte (il padre, Giacomo, è pittore), si forma artisticamente a Napoli, dove nel 1893 si iscrive al Regio Istituto di Belle Arti conseguendo nel 1900 l’abilitazione all’insegnamento di disegno nelle scuole tecniche e normali. Rimane nel circondario napoletano dove dal 1903 esercita l’insegnamento in scuole professionali. Frequenta il museo di Napoli e Pompei per esercitarsi a ritrarre le opere antiche. Riceve nel 1908 il primo incarico dal suo comune di origine, che gli affida i lavori di restauro della chiesa parrocchiale e, insieme al padre, l’esecuzione di un affresco sulla volta della stessa chiesa. Partecipa a esposizioni sia a Napoli che a Campobasso, ricevendo qui nel 1925 la medaglia d’argento per la sezione pittura. Dal 1926 al 1929 svolge una intensa attività artistica. Esonerato dall’insegnamento per non aver aderito al partito fascista, dal 1930 al 1932 si vede sospeso l’incarico.
Sin da piccolo comincia a formarsi sulle orme del padre, “un artista decoratore nella scia della tradizione neoclassica e purista” (Fusco); certamente una grossa importanza ebbe per lui, nonché per il padre, entrare in contatto con la cospicua raccolta di disegni di artisti oratinesi del XVII-XVIII secolo (specialmente dei Brunetti), raccolta contenente anche fogli di pittori italiani e nordeuropei. Altra tappa significativa nella sua formazione artistica è rappresentata dall’incontro con l’antico: eseguendo copie a Napoli e a Pompei, acquisisce la coscienza “della necessità di una rivisitazione costante dell’antico come insostituibile fonte di apprendimento” (Fusco); sempre a Napoli gli interni di chiese costituiranno, insieme alle case romane antiche, “uno dei filoni principali della sua attività pittorica. In entrambi i casi, gli ascendenti sono pienamente ottocenteschi, i riferimenti sono ad una tradizione pittorica intrinsecamente napoletana ma antica tanto da poter essere definita aulica: è la tradizione di Giacinto Gigante. Da Gigante si passa presto a Vianelli; gli interni di chiesa risentono di Vincenzo Abbati… e della pittura del figlio Giuseppe Abbati….. l’altro genere praticato da Giuliani per tutto l’arco della sua vita è il ritratto. Qui gli influssi sono molteplici… Antonio Mancini, Saverio Altamura, Michele Cammarano… Nei soggetti storici… profondo è l’influsso di Francesco Netti… In Giuliani c’è una forte tendenza al paesaggio… nessuna concessione al pittoresco; le vedute di Oratino, i casolari tra le rocce, le montagne incombenti a La Rocca, tutto è dipinto senza sbavature, senza indulgere a facili pittorialismi, con maniera asciutta, forte e partecipata ad un tempo”. (Fusco).

Bibliografia: M. A. Fusco-D. Gentile Lorusso, R. Lattuada (a cura di) Nicola Giuliani, Campobasso, 1995.

 

Arnaldo De Lisio
Castelbottaccio 1869-Napoli 1949

A Castelbottaccio trascorre l’infanzia e l’adolescenza; nel 1883 si trasferisce a Napoli dove, dopo gli studi classici, frequenta l’accademia. Ventunenne si reca a Parigi dove entra in contatto con gli impressionisti. Torna a Napoli nel 1903 e qui rimane per il ventennio successivo, nel corso del quale si sposa con Alfonsina Di Mauro, che gli dà numerosi figli (alcuni di essi seguiranno le orme del padre); lavora ininterrottamente, chiamato ad affrescare santuari, teatri, edifici pubblici, apprezzato anche per gli acquerelli. Nel 1923 è a Roma, dove esegue, tra gli altri, il ritratto di Matilde Serao. Torna a Napoli dopo tre anni. La guerra lo costringe a trasferirsi al paese natale con tutta la famiglia e qui rimane fino alla fine della guerra. Senza abbandonare mai i colori, si spegne a Napoli nel 1949 lasciando alcune opere incompiute.
Fu un eclettico: oltre che pittore, si cimentò anche nella scultura e nella scrittura. I temi delle sue opere pittoriche sono attinti via via dalle varie tappe della sua vita: così Parigi nelle opere dal 1901-1902 (Autunno a Parigi, Sole a Parigi, Caffè Parigino, Boulevard Bonnes Nouvelles, ecc.). Il golfo di Napoli, il Vesuvio, Posillipo, Mergellina, Pompei, sono temi presenti in molte opere dal 1923 alla fine degli anni trenta; paesaggi molisani ed abruzzesi nelle opere degli anni trenta. I ritratti accompagnano tutto l’arco della sua vita; non mancano le nature morte. A Campobasso si conservano alcune sue opere: nell’edificio della Banca D’Italia (tre lunette del 1924 eseguite insieme a Diodati e Biondi: Celestino V, il Conte Verde e Il Riscatto di Campobasso), nel Teatro Savoia e nell’aula Magna dell’Istituto “L. Pilla”. Questi affreschi sono solo una piccola parte di una vasta produzione che spaziò soprattutto a Napoli (Teatro Salone Margherita, Palazzo Satriano, Palazzo Torella, ecc.) e al suo circondario (seminario vescovile di Nola, Duomo di Fontanarosa di Avellino, Santuario del Carmine di Somma Vesuviana, ecc.). Molte in collezioni private, le sue opere sono esposte nella Galleria d’Arte Moderna a Roma, nella Pinacoteca di Casa Reale a Napoli, al museo di Bombay.

Bibliografia: G. Frassi (presentazione di), Arnaldo De Lisio, Firenze 1981.

 

Elena Ciamarra
Napoli 1894-1981

Manifesta precocemente interesse per la musica e per le arti figurative, che perfeziona in varie città d’europa: la prima a Berlino, la seconda in svariati musei accademie d’Europa nonché a contatto con artisti napoletani, italiani ed europei. Vive a lungo in Molise nel castello di Torella del Sannio, ma mantiene contatti costanti con l’ambiente europeo ed italiano: il filosofo Angelo Conti, ad esempio, fu per lei un vero e proprio padre spirituale; si reca spesso a Parigi specie nel secondo dopoguerra, come in Austria. Continua a comporre e a dipingere fino agli ultimi anni della sua vita, benché diventata quasi cieca.
Le moltissime opere, dipinti e disegni, attualmente conservati nel Castello di Torella del Sannio ed a Ferrara, coprono un arco di tempo lunghissimo, un sessantennio fitto e intenso. Attenzione costante è dedicata dalla pittrice al volto e alla figura umana, raggiungendo i livelli più alti soprattutto nel disegno, con richiami alla grafica rinascimentale toscana (Andrea del Sarto, Pontormo, Michelangelo); molti disegni riproducono volti femminili di contadine molisane, “con un impianto realistico sempre sorretto da un avvertibile senso del classico, dal classicismo “ellenistico” e romano di Vincenzo Gemito, al classicismo europeo, segnatamente tedesco e francese… al classicismo di forte tensione teorica e filosofica non del tutto estraneo alle tendenze puro-visibiliste diffusesi nell’ambiente gravitante attorno al Croce… l’introspezione psicologica è impressionante… La retorica romantica e piagnucolosa del realismo sociale napoletano è bandita con decisione… Il popolo molisano, pietrificato nella fase finale della sua secolare storia agro-pastorale, è colto in un’antologia di straordinario significato… Nei ritratti dipinti l’artista riesce ad articolare ulteriormente il suo linguaggio, arricchendolo di altri elementi. Credo in una certa misura tedeschi e specialmente francesi. Basati sull’impegno di una pennellata sintetica e larga, in parte rielaborata attraverso Cézanne, ma forse anche segnata da una attenzione nei confronti dell’espressionismo tedesco… Nei paesaggi il cézannismo… è portato ad uno stadio ancora più avanzato. I dintorni di Torella, tipico mosaico molisano di campi disseminati tra colline disgregate in un orizzonte facilmente osservabile dall’alto, sono esplorati… con un occhio che non concede nulla a qualsiasi tipo di lirismo…” (Lattuada).

Bibliografia: AA.VV. Elena Ciamarra, Campobasso, 1996; L. Scardino (a cura di), Elena Ciamarra Cammarano, Ferrara, 1996.

 


Marcello Scarano

Siena 1901- Campobasso 1962

Trascorre a Siena l’infanzia e l’adolescenza. Il padre è professore di letteratura italiana, critico letterario, miniaturista e disegnatore. Nel 1918 torna a Campobasso e qui frequenta i corsi di pittura di Nicola Biondi, cominciando a partecipare a mostre. A Pisa frequenta l’università (medicina) che poi abbandona per trasferirsi a Roma nel 1922; qui frequenta gli artisti e i luoghi di ritrovo degli intellettuali. La prima mostra personale è del 1926, a Campobasso, seguita dalla seconda nell’anno successivo. Nell’ambiente artistico campobassano conosce e frequenta Amedeo Trivisonno. A Napoli, dove si trasferisce nel 1928, tiene la terza mostra personale, e, grazie agli artisti molisani Arnaldo De Lisio e Francesco Paolo Diodati, entra nell’ambiente artistico napoletano. Nel 1930 partecipa alla mostra del Sindacato fascista di Belle Arti campano, poi alla stessa in Abruzzo, quindi espone a Firenze. Premi e riconoscimenti diventano sempre più frequenti, e frequenti sono anche le sue partecipazioni ad esposizioni in Italia (Roma, Cremona, Milano, poi ancora Napoli, Francavilla a Mare) e all’estero (Hannover). Nel 1942 è invitato alla XIII Biennale di Venezia.
Un numero considerevole di opere della cospicua produzione dell’artista è rappresentato dai ritratti (e autoritratti) soprattutto familiari (la sorella Silvia in particolare), che coprono il primo ventennio di attività. Altro tema, profondamente caro, è il mondo contadino molisano, sia con i personaggi che con il paesaggio. “Nell’aver tenuto fede al carattere e vien fatto dire, al “sapore” della sua terra, egli ne ha interpretato il significato in una pittura che va considerata di importanza “europea” superando di slancio le suggestioni documentarie e particolaristiche per inserire la sua arte nel vivo del gusto moderno: in tal modo l’artista riesce a cogliere l’aspetto schietto e autentico d’un mondo che sembra sgorgato più dal suo cuore che dall’instancabile pennello”. (Mariani): Dal Piccolo pastore (1925) alla Vallata del Trigno (1923), dal Mietitore (1930) alla Trebbiatura (1935), dal Contadino (1935) alla Raccolta del Grano (1940) con cui ottiene a Cremona il premio speciale “Triennale di Milano” e che mostra all’esposizione di Hannover. Altro filone a lui molto caro è il sacro, affrontato soprattutto nel decennio dal 1930 al 1940, con I Pellegrini, il Mese Mariano. Paesaggi molisani, Campobasso con il castello Monforte, Trivento con la valle del Trigno e i casolari, le Mainarde, Termoli e il mare sono temi ricorrenti in tutto l’arco della sua produzione.

Bibliografia: AA.VV., Marcello Scarano. Il canto della luce, Campobasso 1995 con bibliografia precedente.

 

Amedeo Trivisonno
Campobasso 1904-Firenze 1996
Frequenta e compie gli studi a Campobasso. Frequenta l’Accademia a Roma, dove rimane fino al 1924, “assorbendo profondamente la lezione accademica classicista e dello stile naturalistico ornamentale del periodo post-umbertino” (Masi). Vi ritornerà dal 1929 al 1931. Contemporaneamente si perfeziona a Firenze. Comincia a lavorare giovanissimo negli ambienti ecclesiastici (il primo affresco è nella chiesa di S. Nicola a Pollutri ed è del 1926). Stabilitosi a Campobasso, continua in una attività sempre più fitta: nel 1927 sposa Maria Rosaria Barletta, trasferendosi a Isernia per qualche tempo. Di nuovo a Campobasso e poi a Roma, dove ha uno studio e da dove si sposta per affrescare le chiese delle vicinanze. Perduta una figlia, decide di tornare a Campobasso, dove continua a lavorare senza sosta ad opere monumentali, come gli affreschi della cattedrale, ai quali lavora dal 1935 al 1938, tranne la parentesi di Napoli, dove l’amico Emilio Notte lo vuole suo assistente alla cattedra di affresco presso l’accademia. Dal 1938 al 1951 insegna all’istituto Magistrale di Campobasso, ma continua a dipingere ed a partecipare a mostre. Nel 1940 è di nuovo a Napoli chiamato da Notte per affrescare il salone reale nella Mostra D’Oltremare. Nel 1952 si trasferisce al Cairo dove insegna pittura nella scuola d’arte italiana; rimane in Egitto fino al 1967, ma torna ogni anno in Molise, dove continua ad eseguire affreschi. Nel 1967 torna in Italia, a Firenze, dove nel frattempo si era trasferita la famiglia e dove insegna fino al 1975. Neanche in questo periodo smette nella sua attività pittorica tornando spesso in Molise. Continua a lavorare fino all’ultimo: quindici giorni prima di morire termina il suo ultimo autoritratto. Muore a Firenze nel 1996.
Le opere di più grosso impegno sono senza dubbio gli affreschi, eseguiti in tutto il corso della sua vita, con temi religiosi del Nuovo Testamento; dalla cattedrale di Isernia (1927) a quella di Campobasso (1933), dalle cappelle del convitto “Mario Pagano” di Campobasso (1936) alla chiesa di S. Maria del Monte sempre a Campobasso (1945), dalla chiesa parrocchiale di S. Giovanni in Galdo 1949, alla chiesa di S. Cristina a Sepino (1968), e ancora a Baranello, Cantalupo, Venafro, Colle D’Anchise, S. Giuliano del Sannio, Fossalto, S. Elia a Pianisi, oltre a tre affreschi realizzati in Egitto. Numerosi altri affreschi sono realizzati in chiese di altre regioni (Serracapriola, Cerignola, Benevento, Sassinoro, Castel di Sangro, Pollutri, San Marco in Lamis, ecc.). Sempre di argomento sacro sono i numerosi dipinti su tela (spesso di grandi dimensioni) per svariate chiese sia in Molise (Santuario dell’Addolorata di Castelpetroso) che fuori regione (Morcone, Milano), e i dipinti su tavola (Sepino). Contemporaneamente si dedica anche a paesaggi, ritratti e nature morte. Dell’artista restano moltissimi fogli di prove grafiche (più di mille, tra studi, disegni preparatori, bozzetti e appunti), ed un diario nel quale registrava giornalmente le sue ricerche di nuovi materiali pittorici. “Il materiale grafico… copre un arco di tempo vasto e ci permette di ripercorrere la quasi totalità della carriera dell’artista quale decoratore di edifici ecclesiastici… quello che Trivisonno ricerca è un dato di veridicità estrema, di massima verosimiglianza… anche là dove… è evidente un’aspirazione alla classicità, ed è palese il recupero di iconografie e soluzioni compositive della pittura rinascimentale, Amedeo Trivisonno non rinuncia alla realtà preferendo i volti segnati dei suoi compaesani ad atemporali modelli di astratta bellezza”. (Catalano).

Bibliografia: AA.VV., Amedeo Trivisonno, Campobasso 1998; R. De Benedittis (a cura di), Amedeo Trivisonno, appunti e disegni, Foggia 1998; per una bibliografia completa: M. Bignardi (a cura di), Contemporanea, Cassino, 1997, p. 131.

 


 
 
 
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