Paolo
Gamba
Ripabottoni, 1712-1782
Nasce da famiglia povera. Il padre,
Giambattista, è decoratore e pittore di modesto livello.
Paolo intraprende la strada
della pittura per continuità con il mestiere del padre
da cui apprende la tecnica dell’affresco e con cui fa
le prime esperienze nello studio del disegno anatomico e della
prospettiva. È Tria, vescovo di Larino, che conosce
Paolo Gamba nel 1731 a Ripabottoni, a indirizzare il giovane
alla scuola del Solimena a Napoli, dove rimane tra il 1731-1736/37,
approfondendo gli studi del nudo e della prospettiva, le conoscenze
sulle tecniche pittoriche e sulla composizione. Lo stesso
Tria, che fa venire Solimena da Napoli per l’esecuzione
di opere a Ripabottoni, a Larino e a Castelpetroso, affida
a Gamba la restituzione grafica dell’anfiteatro di Larino.
Pur avendo incarichi numerosi, non si ferma mai in un luogo;
del resto il suo lavoro, all’epoca, oltre che mal retribuito
è anche mal compreso. Di convento in convento, spesso
in cambio del solo vitto e dell’alloggio, ha modo di
approfondire i testi biblici e di rielaborarli nei suoi dipinti.
I soggetti trattati da Gamba sia sulla tela che negli affreschi
sono a carattere sacro. Un numero rilevante di opere è
a Ripabottoni; qui nella chiesa di S. Maria Assunta, sono
tele (Madonna del Purgatorio, Madonna del Rosario, S.
Rocco, La Presentazione della Vergine al Tempio) e numerosi
affreschi (Le Virtù, la serie dei Profeti
nei medaglioni); nella chiesa di S. Maria della Concezione
sonoaltre tele (L’Immacolata, L’Assunta, l’Annunciazione)
e altri medaglioni con soggetti evangelici. In altri paesi
della diocesi di Larino, nell’ambito della quale gode
della simpatia del Vescovo Tria, lavora assiduamente a Montorio
nei Frentani con una serie di tele, eseguite tra il 1738 e
il 1745, e otto medaglioni, a soggetto biblico, sempre su
tela; a S. Elia a Pianisi lavora nel 1740 agli affreschi del
convento dei cappuccini e nel 1746 alle lunette su tela del
refettorio, (L’ultima cena e L’Annunciazione);
subito dopo, nel 1847, a Larino si dedica ad una delle sue
opere più ambiziose: gli affreschi della cupola
della chiesa di S. Francesco con L’Immacolata Concezione,
tema frequente nelle sue pitture (seguirà nel 1774,
quella eseguita per la parrocchiale di Campodipietra). Altra
intensa attività artistica è svolta a Colletorto
sia nelle tele della chiesa di S. Alfonso dei Liguori, che
in quella del municipio, a soggetto profano (Le quattro
stagioni). È presente a Morrone del Sannio anche
con affreschi (Visione di S. Francesco nel convento
di S. Nazario), a Fossalto (tele ed affreschi nella chiesa
di S. Maria Assunta), ad Agnone (affreschi con le scene della
Virtù, gli Evangelisti e episodi
biblici nella chiesa di S. Francesco), a Campodipietra e a
Matrice con altre tele; lavora inoltre anche nella vicina
Puglia e negli Abruzzi.
Bibliografia: C. Carano, Paolo
Gamba pittore molisano del XVIII secolo, Campobasso,
1984, con bibliografia precedente.
Paolo Saverio Di Zinno
Campobasso 1718-1781
Dell’infanzia e dell’adolescenza
non si hanno notizie. Nel 1737 si reca a Napoli presso la
bottega del poco noto maestro Gennaro Franzese per imparare
il mestiere di
scultore, aiutato economicamente dai fratelli, con l’impegno
di rimanervi per cinque anni. Ritornato a Campobasso, trova
mutato lo scenario della città ed egli si ritrova eletto
al governo locale. Comincia la sua attività di scultore,
anche se all’inizio le commissioni scarseggiano. Eletto
al Governo della Confraternita di Santa Maria della Croce,
nel 1759 finisce in carcere accusato di “procedure irregolari”;
scagionato, viene liberato, continuando a gestire, ma ancora
per poco, la vita della Confraternita. Si afferma come scultore
del legno; il suo prestigio cresce, le commissioni diventano
innumerevoli e, unitamente a lasciti della sua famiglia e
di quella, agiata, della moglie, ha guadagni che gli permettono
un buon tenore di vita. L’apice della carriera e del
prestigio viene toccato quando gli viene affidata la reinvenzione
de I Misteri del Corpus Domini.
Muore a Campobasso nel 1781, lasciando una cospicua eredità
sia patrimoniale che artistica.
Il periodo fondamentale per l’evoluzione artistica di
Di Zinno è quello napoletano, nel cui ambiente apprese
tecniche e tecnologie nonché approfondite conoscenze
delle qualità tecniche ed espressive degli artisti
suoi coetanei (fu egli stesso committente, nel periodo di
governatorato della Congregazione di Santa Maria della Croce
a Campobasso). Le sculture lignee di Di Zinno sono numerosissime,
presenti in buona parte delle chiese del Molise, in Campania,
in Puglia, in Abruzzo; di soggetto esclusivamente sacro, circa
30 di quelle catalogate sono firmate e datate (dal 1745 al
1781), altre 68 sono di attribuzione accolta. La
specializzazione in scultura lignea (scultura processionale)
è alla base della sua opera più rilevante, le
“macchine viventi” dei Misteri del Corpus
Domini: su robusti tavoloni si sviluppa una infrastruttura
di ferro ed acciaio dal cui tronco si dipartono rami incrociati,
di forma e lunghezza rapportate alla loro funzione, che è
quella di sorreggere dei figuranti vivi. Ogni piattaforma
è portata in spalla a marcia cadenzata, sorvegliata
da un “capo-mistero”, da una serie di portatori.
Le macchine, commissionate da tre confraternite della città
(di S. Antonio Abate, di Santa Maria della Croce e della Trinità),
erano mantenute dalle stesse confraternite con una rendita
annuale per le spese di conservazione, vestizione e trasporto
per il giorno della festa (il Corpus Domini). Delle 24 macchine
ideate da Di Zinno, solo 18 uscirono in pubblico in quanto
sei non ressero alle prove finali; altre 4 rimasero gravemente
danneggiate nel terremoto del 1805. L’ideazione dei
Misteri, verso il primo decennio della seconda metà
del XVIII secolo, si colloca in piena tendenza barocca, ed
ha come punto di riferimento Napoli. “Ovunque nel meridione
il modello napoletano della festa barocca era stato adottato
a specifiche tradizioni locali, sia mediante ristrutturazioni
radicali, sia ideando una nuova veste barocca che venne sovrapposta
alle antiche forme medioevali” (i “Gigli”
di Nola, il Cristo Morto a Procida, ecc.).
Bibliografia: N. Felice-R.
Lattuada, Paolo Saverio Di Zinno. Arte ed effimero barocco
nel Molise del Settecento, Campobasso 1996, con bibliografie
precedenti; D. Catalano, “Da Giacomo Colombo a Paolo
Saverio Di Zinno: recuperi e restauri di sculture del XVIII
secolo”, in Conoscenze 7, 1994, pp. 73-80;
S. De Gregorio, “I disegni di Paolo Saverio Di Zinno
nella biblioteca “P. Albino” di Campobasso”,
in Conoscenze 8, 1995, pp. 79-157.
Ciriaco Brunetti
Oratino 1723-1802
Nasce da una famiglia che da più
generazioni annoverava pittori e doratori: Matteo Brunetti
morto nel 1541; Benedetto Brunetti morto nel 1698, autore
di una serie di tele per le chiese molisane;
Pietro Brunetti morto nel 1568, autore di affreschi. Il padre
Agostino, doratore, lo forma al mestiere preoccupandosi di
allargare le sue competenze figurative e tecniche presso lo
studio napoletano di Solimena, il migliore atelier dell’epoca
(Francesco Solimena e Francesco De Mura hanno un’accademia
privata di pittura). Riceve protezione dal duca Gennaro Vitaliano
Moccia, che favorisce il collegamento con Napoli da parte
di artisti oratinesi (chiamati da lui ad abbellire la sua
residenza ad Oratino). Nel 1752 sposa Rachele Brunetti, figlia
di Pietro; nel 1754 riceve la carica di “maestro di
cerimonia e sacrestano” nella confraternita del SS.
Sacramento. Intanto lavora sia come doratore che come pittore
di affreschi, da solo o insieme al fratello Stanislao e ad
altri artisti oratinesi. Nel 1788 viene nominato priore della
confraternita. La sua attività si svolge prevalentemente
nel Molise.
Le opere di Ciriaco Brunetti sono note non soltanto direttamente,
ma anche da una grande quantità di disegni e di studi
preparatori appartenenti alla “collezione Giuliani”
di Oratino. Parte di questi disegni trovano corrispondenza
in opere realizzate giunte fino a noi, parte invece (la maggioranza)
non trova tale corrispondenza: la sua produzione pittorica
appare incredibilmente inferiore rispetto al corpus grafico
sinora reperito. “Questo dato pone il problema del rapporto
tra la parte progettuale, quella cioè assimilabile
ai disegni, e la parte operativa, quella delle sue realizzazioni
su tela e affresco. Probabilmente il pittore riuscì
a progettare molto più di quanto gli fu possibile realizzare
effettivamente” (Lattuada). Nel corpus dei disegni si
seguono con chiarezza le linee della sua formazione e le scelte
artistiche dell’età matura: stretta connessione
con
la tendenza artistica napoletana di Solimena, soprattutto
per il repertorio di figure, nella produzione giovanile e
della prima maturità; con quella di De Mura (e di maestri
napoletani minori) nella produzione matura e tarda, con tendenze
al rococò. Delle opere di Brunetti, quelle di piccolo
formato rivelano maggiori capacità sia negli schemi
compositivi che nell’uso del colore rispetto alle opere
di grande formato: nei piccoli dipinti su carta o su tela,
o nei dipinti ad olio su tavola (ad esempio le 13 tavolette
nella chiesa di S. Maria nella Croce di Vinchiaturo, con Cristo
e i dodici apostoli) Brunetti interpreta il lessico di
Solimena in maniera meno macchinosa rispetto, ad esempio,
alla tela con Madonna e Santi della Chiesa di Santa Maria
di Loreto a Toro. Tra gli affreschi si ricordano quelli della
parrocchiale di Oratino, in cui vengono riprese ampie parti
dell’Assunzione di Solimena nella Chiesa dell’Annunziata
a Marcianise. L’attività più importante
fu però quella di decoratore di ambienti, come testimonia
la grande quantità di studi della “Raccolta Giuliani”
e le (scarse) testimonianze dirette sopravvissute (pochi frammenti
nel palazzo ducale di Oratino): studi per fregi, per decorazioni
di soffitti e di pareti, per scenografie, per elementi architettonici,
taccuini di progetti per decorazioni.
Bibliografia: G. G. Borrelli-D.
Catalano-R. Lattuada (a cura di) Oratino, Pittori, scultori
e botteghe artigiane tra il XVII e XIX secolo, Napoli
1993.
Nicola Giuliani
Oratino 1815 - Napoli1938
Figlio d’arte (il padre, Giacomo,
è pittore), si forma artisticamente a Napoli, dove
nel 1893 si iscrive al Regio
Istituto di Belle Arti conseguendo nel 1900 l’abilitazione
all’insegnamento di disegno nelle scuole tecniche e
normali. Rimane nel circondario napoletano dove dal 1903 esercita
l’insegnamento in scuole professionali. Frequenta il
museo di Napoli e Pompei per esercitarsi a ritrarre le opere
antiche. Riceve nel 1908 il primo incarico dal suo comune
di origine, che gli affida i lavori di restauro della chiesa
parrocchiale e, insieme al padre, l’esecuzione di un
affresco sulla volta della stessa chiesa. Partecipa a esposizioni
sia a Napoli che a Campobasso, ricevendo qui nel 1925 la medaglia
d’argento per la sezione pittura. Dal 1926 al 1929 svolge
una intensa attività artistica. Esonerato dall’insegnamento
per non aver aderito al partito fascista, dal 1930 al 1932
si vede sospeso l’incarico.
Sin da piccolo
comincia a formarsi sulle orme del padre, “un artista
decoratore nella scia della tradizione neoclassica e purista”
(Fusco); certamente una grossa importanza ebbe per lui, nonché
per il padre, entrare in contatto con la cospicua raccolta
di disegni di artisti oratinesi del XVII-XVIII secolo (specialmente
dei Brunetti), raccolta contenente anche fogli di pittori
italiani e nordeuropei. Altra tappa significativa nella sua
formazione artistica è rappresentata dall’incontro
con l’antico: eseguendo copie a Napoli e a Pompei, acquisisce
la coscienza “della necessità di una rivisitazione
costante dell’antico come insostituibile fonte di apprendimento”
(Fusco); sempre a Napoli gli interni di chiese costituiranno,
insieme alle case romane antiche, “uno dei filoni principali
della sua attività pittorica. In entrambi i casi, gli
ascendenti sono pienamente ottocenteschi, i riferimenti sono
ad una tradizione pittorica intrinsecamente napoletana ma
antica tanto da poter essere definita aulica: è la
tradizione di Giacinto Gigante. Da Gigante si passa presto
a Vianelli; gli interni di chiesa risentono di Vincenzo Abbati…
e della pittura del figlio Giuseppe Abbati….. l’altro
genere praticato da Giuliani per tutto l’arco della
sua vita è il ritratto. Qui gli influssi sono molteplici…
Antonio Mancini, Saverio Altamura, Michele Cammarano…
Nei soggetti storici… profondo è l’influsso
di Francesco Netti… In Giuliani c’è una
forte tendenza al paesaggio… nessuna concessione al
pittoresco; le vedute di Oratino, i casolari tra le rocce,
le montagne incombenti a La Rocca, tutto è dipinto
senza sbavature, senza indulgere a facili pittorialismi, con
maniera asciutta, forte e partecipata ad un tempo”.
(Fusco).
Bibliografia: M. A. Fusco-D.
Gentile Lorusso, R. Lattuada (a cura di) Nicola Giuliani,
Campobasso, 1995.
Arnaldo De Lisio
Castelbottaccio 1869-Napoli 1949
A Castelbottaccio trascorre l’infanzia
e l’adolescenza; nel 1883 si trasferisce a Napoli dove,
dopo gli studi classici, frequenta l’accademia. Ventunenne
si reca a Parigi dove entra in contatto con gli impressionisti.
Torna a Napoli nel 1903
e qui rimane per il ventennio successivo, nel corso del quale
si sposa con Alfonsina Di Mauro, che gli dà numerosi
figli (alcuni di essi seguiranno le orme del padre); lavora
ininterrottamente, chiamato ad affrescare santuari, teatri,
edifici pubblici, apprezzato anche per gli acquerelli. Nel
1923 è a Roma, dove esegue, tra gli altri, il ritratto
di Matilde Serao. Torna a Napoli dopo tre anni. La guerra
lo costringe a trasferirsi al paese natale con tutta la famiglia
e qui rimane fino alla fine della guerra. Senza abbandonare
mai i colori, si spegne a Napoli nel 1949 lasciando alcune
opere incompiute.
Fu un eclettico: oltre che pittore, si cimentò anche
nella scultura e nella scrittura. I temi delle sue opere pittoriche
sono attinti via via dalle varie tappe della sua vita: così
Parigi nelle opere dal 1901-1902 (Autunno a Parigi, Sole
a Parigi, Caffè Parigino, Boulevard Bonnes Nouvelles,
ecc.). Il golfo di Napoli, il Vesuvio, Posillipo, Mergellina,
Pompei, sono temi presenti in molte opere dal 1923 alla fine
degli anni trenta; paesaggi molisani ed abruzzesi nelle opere
degli anni trenta. I ritratti accompagnano tutto l’arco
della sua vita; non mancano le nature morte. A Campobasso
si conservano alcune sue opere: nell’edificio della
Banca D’Italia (tre lunette del 1924 eseguite insieme
a Diodati e Biondi: Celestino V, il Conte Verde
e Il Riscatto di Campobasso),
nel Teatro Savoia e nell’aula Magna dell’Istituto
“L. Pilla”. Questi affreschi sono solo una piccola
parte di una vasta produzione che spaziò soprattutto
a Napoli (Teatro Salone Margherita, Palazzo Satriano, Palazzo
Torella, ecc.) e al suo circondario (seminario vescovile di
Nola, Duomo di Fontanarosa di Avellino, Santuario del Carmine
di Somma Vesuviana, ecc.). Molte in collezioni private, le
sue opere sono esposte nella Galleria d’Arte Moderna
a Roma, nella Pinacoteca di Casa Reale a Napoli, al museo
di Bombay.
Bibliografia: G. Frassi (presentazione
di), Arnaldo De Lisio, Firenze 1981.
Elena Ciamarra
Napoli 1894-1981
Manifesta precocemente interesse per
la musica e per le arti figurative, che perfeziona in varie
città d’europa: la prima a Berlino, la seconda
in svariati musei accademie d’Europa nonché
a contatto con artisti napoletani, italiani ed europei. Vive
a lungo in Molise nel castello di Torella del Sannio, ma mantiene
contatti costanti con l’ambiente europeo ed italiano:
il filosofo Angelo Conti, ad esempio, fu per lei un vero e
proprio padre spirituale; si reca spesso a Parigi specie nel
secondo dopoguerra, come in Austria. Continua a comporre e
a dipingere fino agli ultimi anni della sua vita, benché
diventata quasi cieca.
Le moltissime opere, dipinti e disegni, attualmente conservati
nel Castello di Torella del Sannio ed a Ferrara, coprono un
arco di tempo lunghissimo, un sessantennio fitto e intenso.
Attenzione costante è dedicata dalla pittrice al volto
e alla figura umana, raggiungendo i livelli più alti
soprattutto nel disegno, con richiami alla grafica rinascimentale
toscana (Andrea del Sarto, Pontormo, Michelangelo); molti
disegni riproducono volti femminili di contadine molisane,
“con un impianto realistico sempre sorretto da un avvertibile
senso del classico, dal classicismo “ellenistico”
e romano di Vincenzo Gemito, al classicismo europeo, segnatamente
tedesco e francese… al classicismo di forte tensione
teorica e filosofica non del tutto estraneo alle tendenze
puro-visibiliste diffusesi nell’ambiente gravitante
attorno al Croce… l’introspezione psicologica
è impressionante… La retorica romantica e piagnucolosa
del realismo sociale napoletano è bandita con decisione…
Il popolo molisano, pietrificato nella fase finale della sua
secolare storia agro-pastorale, è colto in un’antologia
di straordinario significato… Nei ritratti dipinti l’artista
riesce ad articolare ulteriormente il suo linguaggio, arricchendolo
di altri elementi. Credo
in una certa misura tedeschi e specialmente francesi. Basati
sull’impegno di una pennellata sintetica e larga, in
parte rielaborata attraverso Cézanne, ma forse anche
segnata da una attenzione nei confronti dell’espressionismo
tedesco… Nei paesaggi il cézannismo… è
portato ad uno stadio ancora più avanzato. I dintorni
di Torella, tipico mosaico molisano di campi disseminati tra
colline disgregate in un orizzonte facilmente osservabile
dall’alto, sono esplorati… con un occhio che non
concede nulla a qualsiasi tipo di lirismo…” (Lattuada).
Bibliografia: AA.VV. Elena
Ciamarra, Campobasso, 1996; L. Scardino (a cura di),
Elena Ciamarra Cammarano, Ferrara, 1996.
Marcello Scarano
Siena 1901- Campobasso 1962
Trascorre a Siena l’infanzia e
l’adolescenza. Il padre è professore di letteratura
italiana, critico letterario, miniaturista e disegnatore.
Nel 1918 torna a Campobasso e qui frequenta i corsi di pittura
di Nicola Biondi, cominciando a partecipare a mostre. A
Pisa frequenta l’università (medicina) che poi
abbandona per trasferirsi a Roma nel 1922; qui frequenta gli
artisti e i luoghi di ritrovo degli intellettuali. La prima
mostra personale è del 1926, a Campobasso, seguita
dalla seconda nell’anno successivo. Nell’ambiente
artistico campobassano conosce e frequenta Amedeo Trivisonno.
A Napoli, dove si trasferisce nel 1928, tiene la terza mostra
personale, e, grazie agli artisti molisani Arnaldo De Lisio
e Francesco Paolo Diodati, entra nell’ambiente artistico
napoletano. Nel 1930 partecipa alla mostra del Sindacato fascista
di Belle Arti campano, poi alla stessa in Abruzzo, quindi
espone a Firenze. Premi e riconoscimenti diventano sempre
più frequenti, e frequenti sono anche le sue partecipazioni
ad esposizioni in Italia (Roma, Cremona, Milano, poi ancora
Napoli, Francavilla a Mare) e all’estero (Hannover).
Nel 1942 è invitato alla XIII Biennale di Venezia.
Un numero considerevole di opere della cospicua produzione
dell’artista è rappresentato dai ritratti (e
autoritratti) soprattutto familiari (la sorella Silvia in
particolare), che coprono il primo ventennio di attività.
Altro tema, profondamente caro, è il mondo contadino
molisano, sia con i personaggi che con il paesaggio. “Nell’aver
tenuto fede al carattere e vien fatto dire, al “sapore”
della sua terra, egli ne ha interpretato il significato in
una pittura che va considerata di importanza “europea”
superando di slancio le suggestioni documentarie e particolaristiche
per inserire la sua arte nel vivo del gusto
moderno: in tal modo l’artista riesce a cogliere l’aspetto
schietto e autentico d’un mondo che sembra sgorgato
più dal suo cuore che dall’instancabile pennello”.
(Mariani): Dal Piccolo pastore (1925) alla Vallata
del Trigno (1923), dal Mietitore (1930) alla
Trebbiatura (1935), dal Contadino (1935)
alla Raccolta del Grano (1940) con cui ottiene a
Cremona il premio speciale “Triennale di Milano”
e che mostra all’esposizione di Hannover. Altro filone
a lui molto caro è il sacro, affrontato soprattutto
nel decennio dal 1930 al 1940, con I Pellegrini,
il Mese Mariano. Paesaggi molisani, Campobasso con
il castello Monforte, Trivento con la valle del Trigno e i
casolari, le Mainarde, Termoli e il mare sono temi ricorrenti
in tutto l’arco della sua produzione.
Bibliografia: AA.VV., Marcello
Scarano. Il canto della luce, Campobasso 1995 con bibliografia
precedente.

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Amedeo Trivisonno
Campobasso 1904-Firenze 1996
Frequenta e compie gli studi a Campobasso. Frequenta l’Accademia
a Roma, dove rimane fino al 1924, “assorbendo profondamente
la lezione accademica classicista e dello stile naturalistico
ornamentale del periodo post-umbertino” (Masi). Vi ritornerà
dal 1929 al 1931. Contemporaneamente si perfeziona a Firenze.
Comincia a lavorare giovanissimo negli ambienti ecclesiastici
(il primo affresco è nella chiesa di S. Nicola a Pollutri
ed è del 1926). Stabilitosi a Campobasso, continua
in una attività sempre più fitta: nel 1927 sposa
Maria Rosaria Barletta, trasferendosi a Isernia per qualche
tempo. Di nuovo a Campobasso e poi a Roma, dove ha uno studio
e da dove si sposta per affrescare le chiese delle vicinanze.
Perduta una figlia, decide di tornare a Campobasso, dove continua
a lavorare senza sosta ad opere monumentali, come gli affreschi
della cattedrale, ai quali lavora dal 1935 al 1938, tranne
la parentesi di Napoli, dove l’amico Emilio Notte lo
vuole suo assistente alla cattedra di affresco presso l’accademia.
Dal 1938 al 1951 insegna all’istituto Magistrale di
Campobasso, ma continua a dipingere ed a partecipare a mostre.
Nel 1940 è di nuovo a Napoli chiamato da Notte per
affrescare il salone reale nella Mostra D’Oltremare.
Nel 1952 si trasferisce al Cairo dove insegna pittura nella
scuola d’arte italiana; rimane in Egitto fino al 1967,
ma torna ogni anno in Molise, dove continua ad eseguire affreschi.
Nel 1967 torna in Italia, a Firenze, dove nel frattempo si
era trasferita la famiglia e dove insegna fino al 1975. Neanche
in questo periodo smette nella sua attività pittorica
tornando spesso in Molise. Continua a lavorare fino all’ultimo:
quindici giorni prima di morire termina il suo
ultimo autoritratto. Muore a Firenze nel 1996.
Le opere di più grosso impegno sono senza dubbio gli
affreschi, eseguiti in tutto il corso della sua vita, con
temi religiosi del Nuovo Testamento; dalla cattedrale di Isernia
(1927) a quella di Campobasso (1933), dalle cappelle del convitto
“Mario Pagano” di Campobasso (1936) alla chiesa
di S. Maria del Monte sempre a Campobasso (1945), dalla chiesa
parrocchiale di S. Giovanni in Galdo 1949, alla chiesa di
S. Cristina a Sepino (1968), e ancora a Baranello, Cantalupo,
Venafro, Colle D’Anchise, S. Giuliano del Sannio, Fossalto,
S. Elia a Pianisi, oltre a tre affreschi realizzati in Egitto.
Numerosi altri affreschi sono realizzati in chiese di altre
regioni (Serracapriola, Cerignola, Benevento, Sassinoro, Castel
di Sangro, Pollutri, San Marco in Lamis, ecc.). Sempre di
argomento sacro sono i numerosi dipinti su tela (spesso di
grandi dimensioni) per svariate chiese sia in Molise (Santuario
dell’Addolorata di Castelpetroso) che fuori regione
(Morcone, Milano), e i dipinti su tavola (Sepino). Contemporaneamente
si dedica anche a paesaggi, ritratti e nature morte. Dell’artista
restano moltissimi fogli di prove grafiche (più di
mille, tra studi, disegni preparatori, bozzetti e appunti),
ed un diario nel quale registrava giornalmente le sue ricerche
di nuovi materiali pittorici. “Il materiale grafico…
copre un arco di tempo vasto e ci permette di ripercorrere
la quasi totalità della carriera dell’artista
quale decoratore di edifici ecclesiastici… quello che
Trivisonno ricerca è un dato di veridicità estrema,
di massima verosimiglianza… anche là dove…
è evidente un’aspirazione alla classicità,
ed è palese il recupero di iconografie e soluzioni
compositive della pittura rinascimentale, Amedeo Trivisonno
non rinuncia alla realtà preferendo i volti segnati
dei suoi compaesani ad atemporali modelli di astratta bellezza”.
(Catalano).
Bibliografia: AA.VV., Amedeo
Trivisonno, Campobasso 1998; R. De Benedittis (a cura
di), Amedeo Trivisonno, appunti e disegni, Foggia
1998; per una bibliografia completa: M. Bignardi (a cura di),
Contemporanea, Cassino, 1997, p. 131.
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