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Breve guida
di Santa Maria della Strada in Matrice
(nell’ottavo centenario della consacrazione del tempio 7 agosto 1148 / 7 agosto 1948)


(Achille DeRubertis)


Storia

Il tempio di Santa Maria della Strada in Matrice, forse la più importante costruzione romanica che adesso rimanga nella provincia di Campobasso, per i suoi pregi architettonici e scultorei ha grandissima importanza nella storia artistica del secolo XII. Evelina Jamison (1) con la fortunata scoperta nell’Archivio storico provinciale di Benevento di un documento del 7 agosto 1148, relativo alla chiesa di Santa Sofia di Gibizza (Ielsi), ha ora accertato che Santa Maria della Strada fu in quel tempo consacrata dall’arcivescovo di Benevento, assistito dai vescovi Giovanni di Volturara, Raimondo di Civitate e Roberto di Boiano.
Non è nominato il primo abate di Santa Maria della Strada, ma si può supporre che fosse l’Abbas Landolfus, il cui semplice nome era inciso su una lapide del pavimento.
Egli probabilmente fu anche contemporaneo alla costruzione, anteriore di pochi anni al 1148, e il donatore della fonte Randolfe (voce derivante da quella dialettale Randuolfe per Landuolfe, cioè Landolfo), la quale si trovava in contrada Fonte Landolfi, fra Santa Maria e Matrice, presso il casino De Michele.
Un successivo documento, conservato nello stesso archivio beneventano, del 1176 ci fa conoscere un altro abate, Nazzarius, intervenuto in una controversia fra un suo dipendente e l’abate di Santa Sofia di Benevento.

(1)
-Notes on Sancta Maria de Strata at Matrice, its history and sculpture, reprinted from the Papers of British School at Rom, vol. XIV
-V.E.Gasdia, Sancta Maria de Strata, Campobasso, Colitti, 1911; - Santa Maria de Strata, Casale e Badia nel contado di Molise, in Rivista storica benedettina, a. XVI, vol.XVI, roma, 1925, a. XVII, vol. XVII, 1926
Il titolo di Santa Maria della Strada, apparso fin dal secolo XII è stato riferito alla strada nelle cui vicinanze il tempio è situato: strada per alcuni è la via mulattiera che va da Matrice a Petrella Tifernina verso la grande arteria dei tratturi, per altri la via Frentana Apula, rappresentata oggi dalla strada rotabile distante meno di un chilometro da Matrice e da Santa Maria. Ma quel titolo, che è comune in Italia e altrove, può non alludere ad una strada particolare ed indicare genericamente soltanto la protezione concessa dalla Vergine ai fedeli che viaggiano. Essa infatti venne chiamata pure Hodegitria o Hodigitria, che significa guida della strada.
E’ da escludere l’opinione che l’abbazia di Santa Maria fosse stata fondata da Santa Sofia di Benevento o che dipendesse da Monte Cassino. Se la costruzione della chiesa, come si vedrà, si deve alla scuola inferiore d’architettura benedettina negli Abruzzi l’abbazia di Santa Maria fu invece indipendente. Probabilmente in origine ricevè la sue costumanze da Monte Cassino, e solo in questo senso può dirsi una casa benedettina.
Avendo peraltro l’arcivescovo di Benevento consacrata la chiesa, non c’è dubbio che egli avesse sull’’abbazia la normale ingerenza ecclesiastica, conferitagli negli anni 1153 e 1157 da Anastasio IV e Adriano IV.
L’abbazia, come Matrice, rimase nella diocesi e sotto la giurisdizione di lui. Il suo capo, fin da principio, fu un abate, poi abate mitrato. L’investitura abbaziale spettò all’arcivescovo, ma l’’elezione fu col tempo lasciata liberamente ai monaci di Santa Maria della Strada.
Sfortunatamente dell’archivio di Santa Maria nulla è rimasto; sicchè anche la Jamison, nonostante diligentissime ricerche a Napoli, Benevento, nel Vaticano e altrove, ben poco ha potuto rintracciare sulla costruzione della chiesa, sui rapporti dei primi abati coi signori di Matrice e della regione e sulle vicende del monastero. Sappiamo con certezza solo che Santa Maria fu costruita nel territorio di Matrice e che a Matrice fu sempre unito il casale sorto a poco a poco intorno all’abbazia, da cui dipendeva, detto perciò esso pure di Santa Maria della Strada.
Nel 1148 era signore di Matrice, come di altri vicini feudi, Roberto Avaleri (Avalerio o Valerio), barone del conte di Molise; e sembra fosse dono di lui il terreno occorso per la fondazione dell’abbazia. Forse in ricordo di ciò, troviamo il suo nome nell’iscrizione incisa, e in parte corrosa, attorno alla colonnina-fontana, situata a poca distanza dal lato settentrionale del tempio:[A]valeriis Domini Robberti tempore Re…ut sitiens bibat hoc claro de fonte quo de sc…(o quod esc…).
La piccola casa monastica di Santa Maria pare abbia prosperato nei primi tempi, contentandosi del possesso del casale e della dotazione dei terreni circostanti con pochi uomini per coltivarli. I signori di Matrice tennero sull’abbazia la giurisdizione feudale, ricevuta dal re, e l’abate diventò loro vassallo col privilegio però di esenzione da ogni servitù verso qualsiasi persona secolare. Se non ché l’incerta situazione giuridica ben presto diede luogo a contese fra l’abate e il signore di Matrice, per l’adempimento soprattutto degli obblighi del primo come vassallo. Le maggiori difficoltà sorsero specialmente quanto all’esercizio dei diritti di giustizia, al giuramento di sicurtà e ai tributi che all’abate e ai suoi uomini fossero richiesti dai signori. Questi, oltre i doveri verso i propri amministratori, ne avevano verso la curia reale, primo fra tutti il servizio militare. Ma in tali casi quasi sempre tutto finiva pacificamente con un comodato.
Sembra che i signori di Matrice, al tempo di Federico II, appartenessero ancora a un ramo della famiglia Avalerii. Sotto Carlo I d’Angiò Matrice fu in piena signoria di Gemma, che possedeva insieme Lupara e Campodipietra, come erede degli Avalerii a Matrice e dei Marchesi (o Marchese)a Lupara. Nel 1269, perché figlia della defunta Costanza, Gemma riottenne dalla magna curia il possesso di Matrice e Campodipietra, del quale era stata ingiustamente spogliata. Oltre Costanza, si crede, prima di Gemma, sia stata l’altra sua figlia Mefia signora di quei due castelli e degli annessi casali. Mefia era vedova di Tommaso d’Agnone, che pure aveva posseduto Matrice e Campodipietra. Possiamo inoltre supporre che Costanza diventasse signora di Matrice, come figlia di un fratello maggiore di Vito Avalerii, altro ramo della famiglia Avalerii. Quando Mefia morì (prima del 1270) Carlo I tentò invano di ricuperare, a danno di Gemma, le terre che a lei spettavano per eredità. Marito di Gemma fu Niccola de Teopaldo da Palestrina, che era stato investito della baronia di Lupara da Federico II. I figli di essi Pietro e Niccola successero così a Matrice e Campodipietra come a Lupara, dopo aver, quali eredi dei loro genitori, espulso dalla baronia di questo castello Oderisio Ottaviano e suo fratello Accorrebano Masii (o forse Marchesi). In seguito a tale occupazione o ai reclami di Oderisio e Accorrebano, Pietro e Niccola di Lupara nel 1278 dovettero comparire avanti il vicemaestro giustiziere, sotto l’accusa di aver usurpato la baronia in pregiudizio della curia reale, cui apparteneva di pieno diritto. L’ebbero peraltro vinta, ma soltanto nel 1286 si divisero l’intera eredità, prendendo Pietro possesso di Lupara e Campodipietra e Niccola di Matrice e Santa Maria della Strada.
Quando nel 1269 Gemma riacquistò il possesso di Matrice e Campodipietra, suo figlio Pietro fece valere ogni diritto di lei non escluso quello sul casale di Santa Maria; pretese perciò il giuramento di fedeltà dall’abate e dai suoi uomini, e pose il sequestro sopra le loro case, terre e bovi. L’abate allora ricorse alla corte suprema allegando di non aver obblighi verso alcun secolare; sicché a Pietro fu imposto di desistere da qualsiasi arbitraria azione. Se non che egli, persistendo nella sua richiesta, entrò nel 1275 a mano armata nel casale. L’abate di nuovo protestò aggiungendo che, per un privilegio concesso dal re Guglielmo, il casale era sempre appartenuto all’abbazia. Ne seguì un’inchiesta del giustiziere alla presenza delle due parti contendenti. Non si conosce l’esito della lite; certo però è che più tardi i Lupara erano ancora in possesso del casale.
Nella inchiesta generale del 1272-1273, ordinata per riesaminare i servizi dovuti al re dalle antiche nobiltà, fu riconosciuto che Santa Maria della Strada e Matrice appartenevano a Pietro; e, se in una inchiesta successiva è nominato Niccola come possessore del casale, ciò è spiegato dal condominio dei due fratelli con la madre, prima della sua morte. Da queste inchieste si rileva la causa della lite fra l’abate e i signori di Matrice: quegli sosteneva il suo privilegio di esenzione da ogni obbligo, e i Lupara il diritto di percepire dai vassalli dell’abbazia qualche parte di tributi che i signori di Matrice dovevano alla corona. La questione dunque non era se l’abate avesse il possesso libero del casale, ma se i Lupara potessero far fronte ai servizi reali con contributo delle rendite del casale stesso. Tale interpretazione è comprovata dal fatto che nel 1300 troviamo tanto Matrice che il casale obbligati a fornire la curia di cavalli da basto.
Morta nel 1280 Gemma, Pietro uomo energico e violento, fu, per i delitti commessi o di cui era responsabile, scomunicato, espropriato (1305) e finì col perdere, insieme coi figli, ogni importanza storica.
Niccola, invece, signore di Matrice e di Santa Maria della Strada, si distinse per gli alti uffici e incarichi affidatigli da Carlo II. Recatosi nel 1300 in Ungheria, per accompagnare Caroberto, nipote del re, vi morì nel 1301. Gli successe l’unico figlio sopravvivente Pietro (detto il giovane, per non confonderlo col suo famigerato zio) che conservò a lungo i feudi paterni fino al 1341, anno della sua morte.
Se non che, a causa dei contrasti sorti nel 1309 con la curia reale, non fu del tutto pacifico il suo possesso di Matrice, Santa Maria e Campolieto (il quale ultimo feudo, non sappiamo in che modo era passato in sua signoria). Egli ebbe cura di accrescere il patrimonio della famiglia, specialmente con la conclusione di matrimoni vantaggiosi per i suoi figli. E, favorito dalla rinomanza del padre, riuscì ad estendere le relazioni da quelle allacciate, non solo con altri vicini feudatari, ma anche con la migliore nobiltà di corte. Il figlio maggiore Niccola, avanti il 1316, sposò Beatrice de Barras, e nel 1316 la figlia Clemenza sposò Giovanni Alamagno, figlio di Guglielmo, famigliare di Carlo II e signore di Ripalimosani e Petrella. Disgraziatamente però pochi anni dopo morirono Niccola e Giovanni. Clemenza poi passò a seconde nozze con Manfredo di Monforte.
L’altro figlio di Pietro di Lupara, Filippo sposò Francesca, coerede di Alessandro di Boiano. Poiché gli era morto il figlio Luigi, Filippo lasciò il possesso di Campolieto al nipote Giovanni, figlio di suo fratello Niccola e istituì eredi universali le sue piccole figlie Margherita e Giovanna.
Si crede morisse nel 1338, durante la spedizione contro la Sicilia, voluta da Re Roberto. Non poté prender possesso di Matrice e Santa Maria della Strada, poiché suo padre gli sopravvisse di circa due anni. Pietro dedicò gli ultimi suoi anni alla sistemazione matrimoniale di sua nipote Margherita (nata dal suo figlio maggiore Niccola) con Carlo de Stella, cavaliere della guardia del corpo del re e figlio del ciambellano di Capua. Mori, come s’è detto, nel 1341. Suoi eredi furono Tommaso, nipote di Niccola, e Margherita e Giovanna, figlie di Filippo. Queste ereditarono la maggior parte dei beni; Margherita andò moglie a Raimondello de Cabannis; Giovanna ad Antonio di Laudo di Capua. La prima col marito pare esser poi scomparsa per la rovina dei Cabannis; la seconda diventò signora di Ferrazzano ed altri feudi. Ferrazzano, già comproprietà di Margherita e Giovanna, finì nel 1373 nelle mani di Filippo Santangelo, signore di Sant’Angelo in Grotte (2)
Nella seconda metà del secolo XIV, Matrice dalla signoria dei Lupara, cominciata almeno verso il 1266, passò a quella dei Da Ponte, che avevano pure il feudo di Guglionesi. Alla fine del XIV secolo, subentrò la signoria di Filippo Santangelo. Morto l’ultimo di questa famiglia senza eredi, Matrice fu incamerata dalla regia corte, nel 1443 fu aggregata da Alfonso I d’Aragona al feudo di Montagano. Dopo il 1477, se ne impossessò la famiglia della Candida, signora di Tufara. E nel 1495 fu data ad Andrea de Capua, duca di Termoli e conte di Campobasso.


(2)
G.B.Masciotta, il Molise dalle origini ai nostri giorni, Napoli, Pierro 1915, vol.II pp.212 e ss
Nel 1597, messa all’asta, in seguito a domanda dei creditori di Ferrante de Capua, restò aggiudicata a Gianfrancesco Ceva Grimaldi, marchese di Pietracatella. Qualche tempo dopo, tornò in possesso dei duchi di Termoli, ma nel 1705 fu da Ippolita Maria Pignatelli alienata alla famiglia Pacca di Benevento. Questa ebbe il titolo marchesale di Matrice nel 1721. Ne tenne la signoria fino al tempo in cui per le leggi del 1806 e 1809 la feudalità fu abolita anche nel Regno di Napoli. L’ultimo marchese di Matrice fu Giuseppe Pacca, fratello del card. Bartolomeo, segretario di stato di Pio VII.
Sebbene i Lupara tenessero il possesso di Matrice e di Santa Mari della Strada per oltre un secolo, non pare abbiano affidato il loro nome a qualcosa del nostro tempio.
Tuttavia essi si ricollegano ad alcuno degli Aquino o dei Monforte che, avendo avuto relazione di parentela con Clemenza di Lupara, a Santa Maria trovò la sepoltura o lasciò il proprio stemma. Clemenza sposò verso il 1330 Monfredo di Monforte, fratello di Riccardo, che ebbe per moglie Tommasa di Molise, figlia ed erede di Guglielmo, l’ultimo dei signori normanni di Campobasso.
Morto Riccardo nel 1338, Tommasa sposò Berardo d’Aquino, conte di Loreto. Essendo così questi vicino a Matrice, è naturale che desiderasse essere sepolto in Santa Maria della Strada. Lo stemma della tomba del secolo XIV che ivi si ammira, con banda di sei argenti e fondo rosso dello scudo, appartiene alla famiglia D’Aquino; la quale nella cappella della Pietà in San Domenico Maggiore a Napoli, ha altre tombe della scuola di Tino da Camaino, pure della seconda metà del secolo XIV e simili a quella di Santa Maria. Questa dunque e il relativo stemma sono certamente di Berardo D’Aquino, morto nel 1345. Parimente ai Lupara, e precisamente a Clemenza e a suo figlio Pietruccio di Monforte, ci riconduce lo stemma scolpito sul sostegno della pila dell’acqua benedetta del secolo XV, avente una croce fra quattro rose su fondo oro. Esso è sicuramente della famiglia Monforte, simile ad altri esistenti a Campobasso e deve forse ricordare un dono fatto alla chiesa da Cola di Monforte, conte di Campobasso, quando, dopo il terremoto del 1456, egli ricostruì questa città e forse provvide a riparare i danni al tempio di Santa Maria della Strada. La data ivi aggiunta 1363, indizione XII, va corretta in 1463.
Subentrati altri nel possesso di Matrice e Santa Maria, per oltre due secoli l’abbazia e il casale rimasero nell’ombra in balia dei commendatari; i quali, poco curandosi del governo spirituale del feudo, si preoccupavano soltanto di percepirne le rendite, amministrate direttamente dall’abate o per mezzo di monaci. La commenda, istituita temporaneamente, per l’amministrazione dei beni del monastero, nell’intervallo fra la morte di un abate e l’elezione del successore, diventò perpetua, commerciabile e trasmissibile per testamento. Finì col servire non più agli interessi della badia, ma a soddisfare il fasto dei prelati. Le rendite furono anche occasione di contese. Nel 1499, essendo abate commendatario Marcantonio Sperandio, l’arcivescovo di Benevento Lorenzo Cybo ordinò a un suo nipote di sequestrare le entrate dell’abbazia; e, poiché l’abate aveva ricorso al sovrano, Federico III d’Aragona il 20 luglio scrisse al viceré che, avendo saputo volersi togliere i frutti di Santa Maria della Strada all’abate Sperandio, bisognava che non solo questi fosse conservato nel possesso della badia, ma che gli fossero corrisposte tutte le rendite di essa, nonostante qualsivoglia provvisione e ordine venisse da Roma.
Per la storia di Santa Maria poco o nulla dicono il nome e la data 1505 apposti sui due battenti dell’antica porta principale della chiesa (ripetuti poi sulla nuova porta) dai donatori o falegnami Donato De Gucco (o Cucco) di Matrice e Pietro Petitto di Candeli. Due campane della torre campanaria, non più esistenti, ma che esistevano nel 1713, secondo un inventario dei beni dell’abbazia e delle sue appartenenze fatto compilare in quell’anno dall’arcivescovo di Benevento Vincenzo Maria Orsini, portavano l’una, la più piccola, la data 1560 e il nome di un ignoto donatore, della famiglia De Capua, dal 1495 signore di Matrice; l’altra, la più grande, la data 1576 e il nome del donatore Pietro Antonio De Capua arcivescovo di Otranto.
Ignoriamo se alcuno di essi sia stato abate del luogo. Si sa pure che nel 1587 Sisto V unì Santa Maria della Strada al Collegio di Montalto da lui fondato a Bologna: segno evidente della considerazione in cui era tenuta.
Ma i terremoti del 1456 e 1688 e i danni riportati dalla chiesa, e soprattutto dalla badia e dal casale, di cui da lungo tempo non si trova più menzione, causarono l’allontanamento dei monaci e lo stato di abbandono del tempio, il quale, restaurato dal Card. Orsini di Benevento, fu di nuovo aggregato alla sua diocesi e da lui stesso solennemente riconsacrato il 27 maggio 1703 e riaperto al culto. Rimase il titolo onorifico di abate, ma il beneficio cessò di essere residenziale. Per l’efficace esortazione dell’arciprete di Monacilioni Vincenzo Ambrosiani, alcuni restauri vennero eseguiti nel 1888 e, finalmente, il 9 gennaio 1889, il Ministero della Pubblica Istruzione comunicò al Prefetto di Campobasso che la Commissione


Permanente di Belle Arti, a voto unanime, aveva dichiarato Santa Maria della Strada “monumento di interesse nazionale”.(3)
Tra l’altro, la parte superiore diroccata del campanile venne ricostruita, coperta e, nel 1911, provvista d’una campana.
Situata in amena, solitaria campagna, lontana dal rumore degli uomini, più suggestiva, accogliente che se fosse in un centro abitato, Santa Maria della Strada, questo gioiello d’arte abruzzese ha continuato e continuerà sempre più a suscitare l’interessamento, l’ammirazione degli storici e la devota affluenza dei pellegrini.(4)


(3) Si trova registrato nell’Elenco degli edifizi monumentali in Italia, edito a Roma nel 1902 per cura del Ministero della Pubblica Istruzione (p.398)
(4) Guglielmo Aurini in Rassegna d’Arte degli Abruzzi e Molise, anno I n. 1

Descrizione

L’anno 1148 della consacrazione della chiesa fa pensare che la costruzione fosse di poco anteriore, come si può credere che questa non fosse interamente ultimata in tutti i suoi accessori, specie della scultura. L’aspetto esterno e interno s’impone per l’uniforme, non mai alterata, ben compaginata muratura senza intonaco, fatta di antichi blocchi quadrati e di blocchetti oblunghi, disposti in serie alternate e provenienti da Fagifulae (Faifoli), città sannita, già esistente a pochi chilometri da Montagano. I muri e le absidi sino all’altezza della cornice, che circonda senza interruzione tutti i lati dell’edificio, sono pertanto contemporanei alla costruzione. Pure la scultura dei capitelli delle arcate, che sorreggono la volta della navata centrale, è del medesimo tempo. Essa è opera dei maestri Ruggero, Roberto, suo figlio, e Nicodemo, i quali è noto aver lavorato in alcune chiese abruzzesi prima del 1150.
Nella facciata occidentale, invece, la sezione al di sopra della cornice è stata costruita posteriormente. La commettitura delle pietre, d’altra grandezza e forma, qui diversa da quella del resto del tempio, fa supporre che questa parte sia dovuta all’inserzione della volta, del secolo XIII, di stile gotico, mentre lo stile di tutta la costruzione è romanico. Originariamente c’era il tetto di legno, sostituito in seguito ad incendio o a terremoto. È però evidente che l’aquila in cima al frontone, e i mezzi vitelli fiancheggianti la finestra a rosone, mostrando la stessa mano che scolpì i capitelli, sono della metà del secolo XII. Qualche differenza poi e imperfezione nella commettitura dei timpani, degli architravi e degli archivolti col resto della facciata qui come nel lato meridionale si spiega considerando che le pietre già pronte subirono, per l’adattamento, dei tagli. La diversità non è quindi prova che le sculture, le modanature e le decorazioni sono posteriori alla facciata. Anch’esse senza dubbio sono da attribuirsi a Ruggero, Roberto e Nicodemo. Tale certezza si può conseguire raffrontando le sculture di Santa Maria con altre meglio conosciute di questi maestri. È da osservare inoltre la somiglianza di alcuni motivi decorativi (per esempio le foglie di acanto, i germogli serpeggianti) e della maniera di trattarli, tanto nei capitelli, quanto nei timpani dei fronti occidentale e meridionale. C’è così un nesso fra tutte le decorazioni. E perciò queste, le sculture e la facciata occidentale, se non contemporanee, devono supporsi di poco posteriori alla costruzione e alla consacrazione della chiesa. Tale conclusione è convalidata dai particolari dell’equipaggiamento degli uomini dei cavalli nelle scene rappresentate a Santa Maria, i quali sono quelli della moda seguita alla metà del secolo XII. Infine al medesimo periodo conducono l’iscrizione della colonnina-fontana, con la menzione di Roberto Avalerii, e la figura di un cavaliere a piedi avente usbergo e scudo, in forma di avvoltoio, gettato dietro di lui, precisamente come nei timpani del fronte occidentale.
Santa Maria della Strada, nel disegno architettonico, nella scultura e nell’impiego del materiale da costruzione, è da mettersi in relazione con le scuole minori abruzzesi e con le chiese da queste ispirate. Particolare rassomiglianza ha con Santa Maria di Canneto a Montefalcone del Sannio. Come quasi tutte le antiche chiese abruzzesi, fu influenzata dalla più recente di tali scuole e dalla prima maniera di Ruggero, Roberto e Nicodemo. Esse o appartengono a Monte Cassino o vennero fondate dai monaci cassinesi, probabilmente per disposizione dell’abate Rainaldo di Collemezzo, che tenne la sedia abbaziale dal 1137 al 1166. Il nostro tempio è una piccola basilica: misura nell’interno m.21x10,50. Ha campanile separato, a destra della facciata occidentale, unico frontone, unica finestra, corrispondente alla navata centrale, tetti in pendio sporgenti dai due lati, che coprono le navate laterali. Si entra in chiesa da una porta principale, sotto all’apice del frontone, fiancheggiata da due porte cieche, che sono sormontate da un arco a tutto sesto.
Un’altra porta è in fondo alla facciata meridionale.
Ha tre navate di cinque travi, divise da tozze colonne, che sostengono degli archi semicircolari; tre absidi col frontale rotondo e ciascuna con una finestrina stretta lunga a mo’ di feritoia, simile a quelle del lato meridionale, nella parte sporgente della navata centrale. Non c’è spazio fra il presbiterio (altare maggiore è stato sempre unico) e le navate. L’altare, come tutti gli altari antichi, è piccolo, quasi cubico, con un rozzo ciborio di marmo, aggiunto verso il 1865 e con la predella in pietra calcarea. È composto di soli quattro pezzi di pietra, ben tagliati, levigati e connessi. Pare abbia subito diverse manomissioni.
In tutto il tempio vi sono tre iscrizioni: una all’esterno, incisa in carattere onciale sull’architrave della porta meridionale, che dice: “Quicunque facerit voluntatem patris meis qui in celis est ipse intravit”; l’altra su una lapide apposta nell’interno sulla parete a sinistra, che ricorda la riconsacrazione fatta il 27 maggio 1703 dal Card. Orsini; la terza, pure in carattere onciale, sulla tomba addossata alla medesima parete: “More volans aquilae v-erbo petit astra Johannes”.
Nessuna dunque che accenni alla fondazione o ad alcun abate o ad altro. Nel mezzo del frontale dell’altare e su tutte le colonne è incisa la croce rituale greca della prima consacrazione. I capitelli delle colonne col caratteristico abaco quadrato sono differenti l’uno dall’altro. Si osservi il disegno delle rose e il circuire di strisce scannellate nel secondo capitello dell’arcata meridionale; la semplice scannellatura rappresentante acanti o palme nel terzo capitello; il forte intaglio del motivo comune della vite e il ritmico disegno delle foglie d’acanto nel quinto capitello; la fascia di strette foglie senza venature, poste virtualmente a fianco a fianco del terzo capitello dell’arcata settentrionale; la delicata venatura delle foglie del quarto capitello; le palme agli angoli del quinto capitello. E si veda anche il delicato tralcio di vite sul sostegno della pila dell’acqua benedetta.
Esternamente come internamente, il tempio di Santa Maria della Strada s’impone per l’aspetto architettonico, in tutto proporzionato e in armonia; ma ciò che più colpisce è la magnifica tomba, elevata in memoria di Berardo d’Aquino e da attribuirsi alla scuola di Tino da Camaino. Essa poggia su quattro basse colonnette, diverse l’una dall’altra, sorrette da due leoncini e due dadi e terminanti con capitelli di stile corinzio. Sopra il sarcofago, decorato di rosone ai lati e diviso anteriormente da altre quattro colonnine senza base, pure differenti e munite di capitelli. Nei tre compartimenti che ne risultano, a destra e a sinistra è uno scudo ripetuto con lo stemma d’Aquino e nel mezzo è scolpito ad alto rilievo il redentore seduto; il quale regge con la mano sinistra un libro (gli Evangeli?) ed ha la destra alzata e la testa rivolta verso il defunto in atto di benedirlo. Sul coperchio del sarcofago giace la figura del primo che vi fu sepolto: del primo perché nell’arca si conservano le ossa di tre persone. Due angeli ai lati del coperchio tengono aperte le cortine. E, sopra ancora, chiude questa sezione una lastra di pietra liscia. Il quarto ed ultimo ripiano in forma di nicchia ad arco acuto, sorretta da due colonnette, diverse l’una dall’altra, con alla base i leoncini e in cima il capitello e una mensola, ha nel timpano del frontone, scolpito, un Agnus Dei e termina lateralmente, sopra due spallette, con pinnacoli culminanti in fioroni. Il fastigio dell’arco, come in altre tombe consimili e dello stesso tempo, era completato dalla bella Madonnina col Bambino, questo ora mutilato della testa e quella spezzata, caduta forse a causa d’una scossa di terremoto e poi collocata entro la nicchia (5).
Nel mezzo di questa un frammento di ambone, costituito da un’aquila che sostiene il leggio con un libro e da un angelo (o l’arcangelo Michele?) che trafigge un drago. Esso è in stucco duro, del quale Roberto e Nicodemo si servirono in altri lavori. Ai due scultori appunto pare debba attribuirsi il frammento di Santa Maria, tenuto conto, oltre che della stessa mano, del colore che da quelli era di solito adoperato negli amboni scolpiti su tale materia. Che sia un frammento qui adattato e quasi ficcato lo dimostra il fatto che sono rotti gli angoli inferiori dell’aquila e dell’angelo. Non ha quindi alcun nesso con una tomba del quattordicesimo secolo. Ecco la minuta descrizione che ne fa la Jamison:”Il frammento consiste in un’aquila con ali aperte in pieno rilievo e una lunga coda che forma un largo ventaglio. Essa sta ritta sopra un libro aperto, stretto fra i suoi artigli;


(5) La Madonnina fu portata via dalla Soprintendenza dei Monumenti dell’Aquila
e scritto sul libro in tipiche lettere onciali del dodicesimo secolo, vivo e chiaro è il verso [sopra riferito in lode dell’evangelista San Giovanni].
Il libro a sua volta sta su un basso zoccolo sormontante una superficie murale, e contro la parete, in alto rilievo, ma non interamente staccata da essa, è la figura alata di un angelo; la mano sinistra è alzata in attitudine di preghiera o di benedizione, mentre la destra tiene una lancia ficcata verticalmente nelle mascelle di un drago sotto i piedi dell’angelo. I capelli cadenti sulle spalle sono respinti discosto dalla faccia, e portano ancora tracce di colore giallo; il vestito dalle lunghe maniche mostra un elaborato ricamo al collo, al giro delle maniche e ai polsini, ed è coperto da un lungo mantello buttato sulla spalla sinistra; la spalla destra e tutte e due le braccia non sono impacciate dal mantello e il vestito riappare al di sotto di esso ai piedi”.
Esaminiamo adesso la scultura all’esterno del tempio. Il frontone della facciata principale, seguo ancora la Jamison, “è sormontato da un’aquila con la testa di un uomo fra gli artigli sotto il suo posatoio. La finestra in forma di rosa è di semplice disegno, nel quale da un cerchio al centro una continua arcata a tutto sesto irraggia la circonferenza della finestra, cosicché di necessità le basi delle colonnine che reggono l’arcata sono indentro più distanti che i loro capitelli. Fra ogni piccolo arco c’è un’apertura circolare” Ai lati della finestra sporgono due mezze figure di vitelli con le gambe anteriori penzoloni: “La porta centrale è sormontata da un arco semicircolare, con cinque ordini di cornici concentriche: 1) palmette, 2) rose, 3) ripetizione di palmette, 4) due lunghi draghi simili ad anguille che vomitano sopra un uomo morto, con braccia incrociate, con la testa separata da quella del vicino da un piccolo sostegno di pietra alla corona dell’arco, 5) due file di modanature.
Finalmente il timpano è riempito da colonnette sottili che reggono i capitelli a cuscino delicatamente intagliati sui quali riposano le cornici, e le colonne irraggiano da un ferro di cavallo che riposa su un architrave piano di pietra.
Sopra l’arco centrale c’è l’importante frontone, con un orlo decorato di palmette, che è stato il soggetto di interminabile discussione. Esso porta in bassorilievo una figura in faccia allo spettatore, seduta col piede dondolante sopra un cavallo veduto di profilo. La briglia è tenuta nella mano sinistra del cavaliere con una redine molto corta, cosicché la testa del cavallo è tirata giù verso destra, la mano destra riposa sull’anca destra del cavaliere. La figura è vestita di una lunga tunica decorata con elaborato ricamo al collo della veste, che arriva solamente alla base della gola; la testa è priva di acconciatura o nimbo, sebbene sia circondata da un cappio centrale del convenzionale guscio di semi a mo’ di vite che discende in profonde onde dall’una e dall’altra parte del frontone. Forse è accennata una barba molto corta, e la figura non ha mantello. Dal lato sinistro del cavallo ci sono due pavoni o cuculi, e ce n’è un altro a destra di fronte al cavallo, col becco che tocca il dorso d’un imprecisabile oggetto rotondo per terra, mentre vicino alle gambe anteriori del cavallo riposa su quello che evidentemente è la testa dell’oggetto”.
Secondo la nuova interpretazione della Jamison (che varie finora se ne son date, l’una più strana dell’altra), il soggetto di tale gruppo è il “Costantino di Roma”, detto così perché nel Medio Evo si credeva raffigurasse quell’imperatore, un motivo popolare per gli scultori romanici, spesso rappresentato anche sulla porta d’una chiesa. “Costantino” era la famosa statua di Marco Aurelio che, nel secolo XII stava di fronte a San Giovanni Laterano. Infatti i particolari del bassorilievo di Santa Maria rispondono tutti alla descrizione che diedero del “Costantino” le prime guide medioevali di Roma e i romanzi o poemi popolari cavallereschi (romances), ad esempio il Libro delle storie di Fioravante.
Questo, benché, nella forma rimastaci, sia stato compilato fra il 1315 e il 1340, comprendeva materiali della prima metà del secolo XII. Lo stesso oggetto imprecisabile a causa del danno apportato dai secoli alla scultura di Santa Maria deve evidentemente raffigurare il prigioniero simile ad un nano che era una volta per terra davanti alla statua di Marco Aurelio. Sotto il frontone, a destra dell’arco, ancora sopra la porta centrale, c’è un altro bassorilievo, che, sebbene assai deteriorato, è stato possibile alla Jamison interpretare come la rappresentazione d’una scena della leggenda raccontata ai pellegrini per spiegare il gruppo del “Costantino di Roma”. Narra la leggenda che Roma, essendo stata assediata da un re, un saraceno o un mago, fu liberata da un cavaliere, il quale, con l’appoggio dei consoli, dei senatori e di Costantino, ottenuto un cavallo senza sella e staffe, apertagli una breccia nelle mura per uscire dalla città, tentò come poter sorprendere e catturare il nemico. Poiché aveva osservato che questi si avvicinava ogni notte alle mura, presso un albero, e che la sua venuta era annunziata da un gufo, gli andò incontro vestito da mandriano con un bastone o un fastello d’erba in mano per nascondersi, lo afferrò e lo portò a Roma, dove, in premio e a ricordo della coraggiosa impresa, ottenne una somma di denaro e una statua di bronzo dorato.
Ora nel timpano di Santa Maria c’è precisamente il gufo che annunzia l’arrivo del re all’albero, rappresentato da un tronco nel mezzo della scena, tra il gufo e l’albero c’è il mandriano che afferra violentemente il re barbuto, nell’atto che un suo cortigiano cerca di difenderlo.
Al di sotto di tale bassorilievo, ma non in relazione con esso, si vede un cherubino alato, cinto d’aureola, avente sopra la sua testa due colombi o pavoni, l’uno in faccia all’altro, che bevono ad un vaso, la Fontana della Vita, e ai suoi piedi una piccola testa di toro, presentata di fronte. Essendo la scena deteriorata, sembra di difficile interpretazione, ma è certo che anch’essa riproduce qualche leggenda del Medio Evo a noi sconosciuta.
Pure una leggenda del secolo XII, che nella sua genuinità fu inserita nel capitoli III del Libro delle Storie di Fioravante,(6) ispirò lo scultore del bassorilievo a sinistra dell’arco, sotto il frontone. La regina Drugiolina, perché aveva partorito due gemelli: Gisberto e Attaviano o Ottaviano, fu accusata d’infedeltà e scacciata dal marito Fioravante. Essendo Attaviano stato aggredito da un grifone, che voleva farne preda per i suoi grifoncini, intervenne un leone a salvare il bambino con l’uccisione dell’uccello rapace. Drugiolina si trovava in riva al mare e, alla vista di Attaviano fra le zampe del leone, spaventata fuggì su una nave; ma il leone per rincuorarla e farla tornare indietro a prendere il figlio, s’allontanò, lasciando il bambino sulla riva. Aggiunge la leggenda che il leone, nuotando dietro la nave, accompagnò Drugiolina a Scandia, donde il sospetto di lei che esso fosse suo marito.

(6) Cfr. I Reali di Francia, libro II, capitoli 48 – 59
Ivi ella rimase molti anni, accolta con benevolenza dal re Balante e dalla regina, senza che essi riconoscessero che era loro figlia. Essendo poi Balante caduto prigioniero del Soldano e Attaviano cresciuto in età, Drugiolina lo armò della spada di suo padre Fioravante: Durlindana, con la quale egli, montato sul cavallo Gioioso, andò a combattere il Soldano. Accompagnato sempre dal leone, incontrato il nemico, lo sbalzò dal cavallo, e stava per ammazzarlo, quando il leone prese le redini di Gioioso, affinché non combattessero più.
Orbene a Santa Maria c’è un leone con un bambino fra le zampe, oltre vari animali in gruppo e un quadrupede arrampicatesi sulla cornice esterna dell’arco decorato di palmette; e sopra questa scena un altro leone, che afferra le redini di un cavallo, mentre il cavaliere impugna una corta spada, pronto a ferire.
Il frontone e l’arco coi timpani qui descritti sono separati da una fascia orizzontale, divisa in due dalla sommità dell’arco e contenente la rappresentazione ad alto rilievo di una scena biblica. Vediamo un cetaceo o dragone che inghiottisce Giona sulla estrema destra e lo rigetta sulla estrema sinistra, e nel mezzo due paia di mostri che si azzuffano. Caratteristica la maniera di indicare le ali dei dragoni con delle parallele incise a solchi: ali sporgenti da una gobba rotonda, circondata da piccole penne.
Lo scultore del timpano nell’arco sopra la porta cieca a sinistra dell’ingresso principale preferisce di nuovo una scena cavalleresca, tolta dal secondo capitolo del Libro delle storie di Fioravante (7)


(7) Cfr. I Reali di Francia, libro II, capitolo 7

Essendosi Fioravante incontrato con tre Saraceni, i quali avevano catturato una donzella, figliola di re, di nome Ulia, appena questa vide ch’egli era cristiano, si raccomandò a lui perché la liberasse. Della sua condizione di cristiano accortisi anche i Saraceni, gli andarono contro; ma Fioravante arditamente, abbassata la lancia e imbracciato lo scudo, percosse lo scudo a un Saraceno e lo trapassò con tutta l’armatura, gettandolo morto a terra da cavallo. Lo stesso fece al secondo, e il terzo se ne fuggì.
Tutti i particolari di questa scena e perfino dell’armatura di Fioravante sono seguiti nel bassorilievo di Santa Maria.
Dall’estrema sinistra un guerriero barbuto a cavallo, attraverso un bosco, rappresentato da due pini con folti rami, con la lancia in resta, è in atto di trafiggere un uomo inerme. Di là da questo c’è un cavallo sellato senza cavaliere, legato con la briglia al secondo albero. Dietro il cavallo si vedono un cavaliere barbuto con l’elmo conico e una donna coi capelli svolazzanti. Per terra, nell’angolo estremo destro, c’è un terzo cavaliere morto, con l’elmo e con le braccia incrociate. Il primo senza elmo e usbergo, è il Saraceno che ha avuto lo scudi e l’armatura squarciati, prima d’esser trafitto da Fioravante; il secondo, cui è toccata la medesima sorte, giace morto al suolo; il terzo è pronto a fuggire. L’armamento è il più moderno. Il cavaliere a cavallo porta una maglia di ferro come corazza, che arriva fino alla gola, lasciando il collo scoperto. L’elmo con la sommità conica e, pare, con un bernoccolo in cima, mostra una convessità di dietro, dove è prolungato sino alla nuca, ed ha delle costole verticali. Manca il nasale, caratteristica introdotta nella seconda metà del secolo XII.
Sul braccio sinistro egli porta un grande scudo a forma d’avvoltoio, con il lato concavo rivolto allo spettatore; e sotto il braccio destro ha la pesante lancia. Il suo cavallo e quello senza cavaliere legato ad un albero hanno la bardatura contemporanea: gualdrappa, sella con alto schienale del sedile, arcioni tenuti fermi da un duplice straccale e dalla martingala e una lunga cinghia per la staffa. La briglia è pure la più moderna, con museruola, cinghia della gola a morso rigido.
Sopra la porta cieca a destra dell’ingresso principale è da osservare prima di tutto che l’arco è ornato da una fascia di rosette chiuse in un cerchio, eccetto che all’estremità destra, dove le rosette sono sostituite da un’aquila, un leone, forse un vitello con gambe umane e una figura grottesca, con bastone in mano, a cavallo, sembra, di un’oca.
Nel timpano tre medaglioni appoggiati alla corda dell’arco mostrano in quello centrale un omiciattolo, in piedi e a capo scoperto, che suona un grande corno, e in quelli laterali un cervo con ramose corna. Due alberi aderenti alla curva esterna dei medaglioni laterali raffigurano una foresta, mentre una decorazione adorna lo spazio fra gli alberi e il medaglione centrale. Un cavallo è posto sopra i medaglioni, senza cavaliere, ma sellato con alti arcioni e imbrigliato. Dietro di esso è un uomo che porta una forca da caccia a due denti. Infine segue il giro del semicerchio una larga fascia col solito motivo ondulato della vite.
Questa si direbbe una scena di caccia, e sarebbe bene appropriata alle foreste del Molise; ma il fatto che quasi tutta la scultura di Santa Maria ritrae scene leggendarie o immaginarie induce a supporre che qui si sia voluto ricordare il tradimento di Ganellone e la disperata suonata di corno di Orlando, per chiedere aiuto dopo la rotta di Roncisvalle. Il cavallo nella parte superiore sarebbe quello di Orlando, che aspetta Baldovino, incaricato di portare a Carlo la notizia del disastro.
Lo scultore si sarebbe ispirato direttamente all’”Historia Karoli Magni et Rotholandi”; la quale nella sua primitiva redazione è anteriore al periodo 1120-1130, e servì come fonte d’ispirazione anche dei consimili bassorilievi eseguiti poco dopo altrove, ad esempio nella cattedrale di Otranto.
Nella porta secondaria della facciata meridionale, notevole, a prima vista, per la migliore conservazione delle sue sculture, per la grande testata quadrata e per il massiccio architrave, colpisce particolarmente il ricco arco semicircolare, sorretto da piatti pilastri con capitelli guarniti di foglie spianate. La parte esterna dell’archivolto ha l’orlo decorato “con un disegno di piccole foglie attaccate ad un gambo che corre in onde ininterrotte attorno a tutto il semicerchio; dentro quest’orlo c’è una seconda fascia scannellata adorna di foglie ovali finemente venate e poste strettamente una accanto all’altra in una fila continua”. La parte interna “è una fascia piatta di piccole pietre strette, quasi a forma di zeppe e del tutto disadorne. E’ sostenuta, come la parte esterna, da capitelli piatti incastrati; quello sulla sinistra è scolpito con foglie, quello sulla destra con una daina; questi capitelli però riposano non su pilastri, ma su massicce pietre orizzontali. Dentro di questa fascia piana di pietre si presenta il bel timpano, sorretto dal blocco dell’architrave. Esso consta di due parti: la esterna è una fascia piatta semicircolare tagliata da un sol pezzo di pietra. E’ scolpita con un Agnus Dei al vertice dell’arco [rappresentante forse il cielo] e con un drago a ciascuna base, mentre un delicato disegno di foglie di palma incise copre gli spazi interposti.
Questi draghi molto caratteristici hanno le mascelle piene di denti, piccole e fini gambe anteriori come quelle d’un rosicante e le code strettamente attorcigliate che finiscono in due o tre forche.
“Finalmente il mezzo circolo più interno porta una elaborata rappresentazione dell’ascensione di Alessandro il Grande al cielo. A testa scoperta, con raggi di luce che irradiano dietro a lui, egli sta in una ‘macchina’ simile ad un battello dondolante, con le braccia tese per tenere in alto i due pali con porzioni di cibo, col quale allettare gli alati grifoni, al di sotto del carro, a volare su con lui, per esplorare il cielo. Queste bestie con le code infioccate sono più rassomiglianti a vitelli che a qualunque altra cosa; le loro ali dimostrano ancora la maniera della scuola di Ruggero, Roberto e Nicodemo, mentre le mani di questi artisti si vede pure nella venatura delle foglie e nei disegni delicatamente incisi”. La scena dell’ascensione al cielo è un episodio notissimo della vita leggendaria di Alessandro il Grande. Fu divulgata dapprima in greco, poi tradotta in latino dall’arciprete di Napoli Leone, verso la metà del secolo X e ripetuta, oltre che in Egitto, in Grecia e in Siria, in tutte le letterature volgari d’Europa. Fu rappresentata anche su avorio, in tessuti e ricami, e subì col tempo varie trasformazioni. Lo scultore però di Santa Maria si attenne soltanto alla versione sopra riferita dell’arciprete napoletano. La troviamo scolpita nel tempio di Matrice circa venti anni prima che riapparisse nel mosaico del pavimento di Otranto.
Considerando che specialmente gli episodi del ciclo romano e carolingio rappresentati nella scultura di Santa Maria della Strada sono unici nella provincia di Campobasso, rari in Italia e anteriori a quelli di altre regioni, possiamo renderci conto della grandissima importanza storica, archeologica, artistica di questo bel “gioiello”.
Siamo dunque grati a una straniera che ne ha saputo svelare finalmente il mistero della data, dei primi secoli e dell’iconografia.
Ma insieme rammarichiamoci d’essere noi giunti ultimi a raccogliere il frutto del suo interessante, faticoso lavoro.

Achille De Rubertis